|
|

|

|
Ebraismo e fecondazione - I referendum
Crescete e moltiplicatevi
L’ebraismo, partendo dal comandamento biblico “Crescete e moltiplicatevi”, offre più domande che risposte in merito alla delicatissima materia trattata dalla Legge 40 del 19 febbraio 2004 “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, sulla quale gli italiani saranno chiamati a esprimersi al referendum del 12 giugno.
Personalità dell’ebraismo italiano (Amos Luzzatto, Robi Bassi, Gad Lerner, Riccardo Pacifici, Yasha Reibman) hanno firmato sul Corriere della Sera un appello contro l’astensione, promosso proprio dal portavoce della Comunità ebraica di Milano Yasha Reibman: “Noi andremo a votare per i referendum. Sui quattro quesiti ciascuno di noi esprimerà il proprio voto in base alla propria coscienza”.
Si invoca quindi la libertà di coscienza; ma cosa dice la legge ebraica in proposito? Le interpretazioni halachiche sono concordi? In assenza di un’autorità centrale, la questione passa nelle mani dei rabbini “decisori”, esperti della materia, sulla scorta di fonti millenarie.
“I dilemmi ed i problemi sono molto numerosi, ma dal punto di vista del diritto ebraico non vi è una soluzione che sia accettata da tutti”, scrive Alfredo Mordechai Rabello, professore emerito di Diritto all’Università ebraica di Gerusalemme, nel suo saggio La procreazione assistita alla luce del Diritto ebraico. E continua: “La vita sembra obbligarci a continue scelte, che non sono sic et sempliciter fra bene e male e per l’ebreo che si sente sottoposto alla regola della Torà il problema è quello di sapere qual è il volere del Signore nella situazione pratica in cui egli si trova. Per esempio, a quelle autorità rabbiniche che hanno voluto proibire del tutto tale tecnica, è stato obiettato che in tal modo noi veniamo ad impedire in modo certo che la coppia possa compiere il precetto divino ‘crescete e moltiplicatevi’, che forse non ci siamo preoccupati abbastanza della salvaguardia del nucleo famigliare”.
L’ordine di “prolificare e moltiplicarsi” è ripetuto nella Torà due volte, prima ad Adamo ed Eva e poi alla famiglia di Noè (Genesi 1, 28; 9, 1). Il mondo “è stato creato per essere abitato” (Isaia 45, 18). La norma, discussa nel Talmùd, prevede l’obbligo di avere almeno un figlio e una figlia, in analogia con la prima coppia umana creata. Il precetto di procreare riguarda solo gli uomini e non le donne, perché non si può obbligare qualcuno a compiere un’azione che può essere dolorosa o potenzialmente pericolosa per la propria vita, come è il portare avanti una gravidanza e partorire. Le donne hanno però il diritto alla maternità e la mancata soddisfazione di tale diritto da parte del marito può essere motivo legittimo di divorzio.
Per l’ebraismo, il principio fondamentale che orienta la posizione delle autorità religiose è il rispetto assoluto della vita (“Tu sceglierai la vita”). Il sapere scientifico, la medicina, l’evoluzione della tecnica sono sostenuti, incoraggiati e fanno parte di ciò che rende l’uomo partecipe della creazione del mondo e del suo sviluppo nella storia.
Tuttavia, non basta il principio di base “Scegliere la vita” per dirimere ogni possibile nodo che la fecondazione assistita comporta: nel caso di fecondazione omologa, il fatto che il concepimento avvenga senza un atto sessuale diretto fa assolvere all’uomo il precetto di avere figli? La donazione del seme per la fecondazione omologa può venire considerata “dispersione”? Nel caso di fecondazione eterologa, si profila il peccato di adulterio? E come prevenire il rischio che il figlio prodotto da questo tipo di fecondazione incontri e sposi inconsapevolmente la sorella, figlia dello stesso padre “donatore anonimo di seme”? Che rapporti giuridici e patrimoniali si instaurano tra il marito della donna e il figlio biologicamente estraneo? Questo figlio può essere considerato mamzer (illegittimo) con tutto ciò che questo comporta per il suo futuro di marito e padre?
Come si vede i dubbi sono moltissimi, e tanti altri si aggiungono se consideriamo gli aspetti della legge che riguardano l’embrione, la sua integrità, il suo diritto alla vita e l’utilizzo delle cellule staminali per la ricerca medica.
La maggioranza dei Maestri accetta la fecondazione artificiale omologa, dopo che ogni tecnica naturale è stata provata, come un aiuto per adempiere la mitzvà della procreazione e considerano il marito che dà il proprio seme assolto dall’obbligo.
Altra storia invece per la fecondazione eterologa; infatti, se le fonti escludono che una donna che rimane incinta senza rapporto sessuale (per esempio, per essersi bagnata in acqua in cui era avvenuta dispersione del seme) possa essere considerata adultera (e il figlio viene considerato legittimo), nel caso di un utilizzo di tecnica artificiale eterologa, non si può dire che il concepimento sia stato involontario, anche se non è avvenuto un atto sessuale. Anche per quei rabbini, e sono la maggioranza, che non considerano “adulterio” la fecondazione eterologa, i problemi di identità e di possibile incesto involontario nel futuro rendono sconsigliabile questa pratica. L’orientamento è quello di rivolgersi a un rabbino che sappia consigliare la coppia per il meglio, indagando anche le profonde esigenze psicologiche dei coniugi, la volontà del padre giuridico che deve essere ben consapevole di quel che accadrà al nucleo famigliare con l’ingresso di una figura “fantasma” che lega biologicamente il figlio e la madre e viceversa lo esclude.
Anche per quanto riguarda i diritti dell’embrione e le tutele che la legge dispone nei suoi confronti, l’ebraismo pone domande e risposte in base a una casistica che ha esaminato sin dai tempi della compilazione del Talmùd. La maggior parte dei rabbini contemporanei è del parere che, fino al quarantesimo giorno, l’embrione non abbia una vita propria né un’identità umana. Nel Talmud, trattato Yebamot 69b, è scritto che fino a 40 giorni dopo il concepimento, il feto è considerato come “mero fluido”, quindi non è un essere umano. L’embrione acquisisce progressivamente alcuni diritti. Dopo i 40 giorni, per esempio, l’aborto è permesso solo se c’è pericolo di vita per la madre.
Riccardo Di Segni, medico e rabbino capo di Roma, dice che “le cellule staminali ricavate da embrioni servono a curare il Parkinson, l’Alzheimer e altre gravi malattie, sono pezzi di ricambio a disposizione dei malati”. Sul punto dell’uso di embrioni per la ricerca (e sul relativo quesito referendario) la posizione di Di Segni, e della grande maggioranza dei rabbini, è quindi che si tratta di un’attività lecita, purché lo scopo sia il salvataggio di altre vite umane, e purché avvenga su un embrione fuori dal corpo della donna, ed entro quaranta giorni dalla formazione in vitro.
A proposito della norma della Legge 40 che proibisce la fecondazione di più di tre embrioni, rav Di Segni ritiene che, in vista di una maggiore possibilità di successo dell’intervento di fecondazione assistita, e quindi sempre nell’ottica di ottemperare all’obbligo della riproduzione, si debba superare questo limite. E a proposito della diagnosi preimpianto, ricorda la grave malattia di Tay-Sachs, di cui è portatore un askenazita su ventisei; di fronte a questo pericolo, è consentito analizzare il patrimonio genetico degli embrioni e decidere una eventuale selezione.
“Su argomenti così importanti”, conclude rav Di Segni, “gli ebrei stanno portando un contributo fondamentale sia sul piano etico sia su quello scientifico. Limitare l’orizzonte della discussione tra Chiesa e laici, ignorando il contributo ebraico, priva tutti di una grande ricchezza”.
La Comunità, con l’Ame e l’Adei, organizzano una serata su questo tema il 26 maggio, al Teatro Franco Parenti
Ester Moscati
Diane Arbus: l’occhio “diverso”
Tutto il mondo tranne il solito
L’ebreo è stato per secoli il diverso per eccellenza della società europea, quello che usciva fuori dai dogmi, fuori dal percorso tracciato dai benpensanti. È quindi evidente che uno dei connotati primi dell’arte ebraica di questo secolo è proprio il soffermarsi sui temi della diversità, così come ha fatto fra il ’50 e il ’70 Diane Arbus (1923-1971). Le sue fotografie così fuori dagli schemi, così contro gli schemi sono ormai talmente apprezzate, che addirittura il Metropolitan Museum of Arts di New York ha deciso di dedicare all’artista un’apposita mostra, che peraltro era già stata in visione a San Francisco e passerà poi anche in Australia. Grande fama postuma, quindi, per Diane Arbus nonostante che abbia iniziato la sua carriera artistica quasi quarantenne e abbia seguito un percorso di vita accidentato. Infatti nonostante fosse nata dalla una ricca famiglia ebraica newyorkese dei Nemerov, ben presto decise di rompere con i propri parenti (accusati anche di preferirle il fratello maggiore, divenuto poi poeta di buon livello), legandosi sentimentalmente già a 14 anni ad Allen Arbus, un oscuro impiegato della ditta del padre. Sposatasi appena maggiorenne, scoprì presto che la sua scelta non era stata delle più felici in quanto Allen, pur coinvolgendola nel suo lavoro di fotografo di moda, la teneva ai margini della sua attività e non le concedeva mai alcuna autonomia. Ma il ruolo di madre e di moglie stava stretto a Diane, che a metà degli anni Cinquanta ruppe di fatto il matrimonio (il divorzio giunse solo un decennio dopo) e iniziò una fulminante carriera basata su immagini del tutto fuori dal comune. E questo suo muoversi ai confini della realtà e del mondo circostante, fu legato e a sua volta influì sul suo stato mentale: prima passò un lungo periodo di depressione e poi addirittura finì per suicidarsi.
Ma la sua arte ha dei tratti talmente peculiari da sopravvivere alla sua morte: anzi, fatto assai inconsueto negli ultimi decenni, Diane Airbus è divenuta più celebre dopo la sua scomparsa. Certo a partire da metà degli anni Sessanta, prima ricevette l’appoggio dei Guggenheim e si aggiudicò diversi premi da loro indetti, poi ottenne uno spazio al Moma, ma niente di paragonabile alle importanti retrospettive che negli ultimi anni le hanno organizzato, niente a che vedere con una personale al Met e in genere alla fama di cui attualmente gode. Non entrò mai in vita nelle cerchie “giuste”, rimase casomai legata a un ambiente ebraico assimilato e di frontiera, a cui apparteneva anche l’uomo a cui fu legata sentimentalmente dopo il matrimonio, Marvin Israel, o la sua insegnante - amica, Limette Model.
Insomma, nella sua arte c’è poca auto - promozione e molta sostanza, soprattutto molta capacità di andare oltre le scelte più consuete, in particolare nella scelta dei suoi soggetti, con i quali interagiva, forzava fino a portarli in uno stato in cui ormai la presenza della macchina fotografica diviene per loro indifferente, e sono in grado di esprimere i loro stati d’animo più estremi, ossia proprio ciò che interessava a Diane Arbus riprendere.
Prendiamo ad esempio il noto Ragazzo con bomba a mano giocattolo nel Central Park del 1962, in mostra al Metropolitan Museum. Il bambino non ha niente di rassicurante, appare piuttosto uscito da un film dell’orrore; il suo braccio destro irrigidito, la mano a forma di artiglio, l’altra che stringe la granata-giocattolo che sembra del tutto realistica, il viso mutato in un ghigno terribile. Niente può esprimere meglio l’estrema aggressività di certi bambini, casomai influenzati dai giochi di guerra o dalla guerra in cui vivono, assai diversi dai patinati visi paffuti e sorridenti di certe pubblicità. Qui la diversità viene espressa attraverso lo stato d’animo di una persona qualsiasi che si trova in un luogo anonimo come il Central Park. Si dice che la Arbus sia riuscita ad ottenere quell’effetto dopo avere innervosito il bambino girandogli a lungo attorno, fino a che la sua vera indole è emersa. E che dire del suo celebre “Gigante Ebreo”, anch’esso, immancabilmente, al Met? Qui la deformazione fisica-mentale si assomma a quella fisica e ambientale. Il ragazzo è altissimo, ma anche malformato, gobbo, sembra perché il soffitto della sua casa è troppo basso, l’ambiente in cui vive non è neppure fisicamente adatto a lui. Il Signor e la Signora Carmel, il padre e la madre, due persone assolutamente anonime, lo guardano con stupore e quasi con stizza, e specie la madre sembra riprenderlo perché non è fisicamente e mentalmente quello che lei avrebbe voluto. È per certo una persona fuori dagli schemi: un gigante, non atletico, e per giunta ebreo. Eppure sono proprio le persone “diverse” fuori dagli schemi, che hanno fatto la storia.
Daniele Liberanome
Musei: impegno per la libertà
Il nuovo Yad Vashem
Non si erano mai viste a Gerusalemme tante personalità politiche di alto livello tutte assieme. Gli alberghi del centro erano sigillati per ragioni di sicurezza, il traffico completamente in tilt, elicotteri volanti per ore sulle nostre teste. È accaduto il 15 e il 16 marzo, in occasione della cerimonia di apertura del nuovo museo della Shoah, firmato dal grande architetto Moshe Sawdie, all’istituto Yad Vashem; la diplomazia israeliana è riuscita a riunire a Gerusalemme una enorme quantità di ospiti importanti. Sulla collina di Yad Vashem si è svolta una solenne assemblea internazionale in cui spiccava la partecipazione del segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan e dove l’Europa era largamente rappresentata ai massimi livelli. Sette capi di Stato, una mezza dozzina di primi ministri e un bel numero di ministri degli esteri e di altri ministri hanno dichiarato l’orrore dei loro Governi e dei loro popoli per la Shoah e affermato l’impegno a diffondere tolleranza e libertà. È secondo me la giusta transizione ideale dal tema della memoria all’attualità. È stato impressionante assistere ad una così impegnativa parata di dichiarazioni d'intenti, anche da parte di Paesi che proprio innocenti verso ciò che è accaduto ai loro ebrei non sono, come la Germania, la Polonia, la Lituania, la Croazia (per non fare che alcuni esempi), e occorre senz’altro prendere nota che la Shoah sta diventando un segno indelebile dell’identità europea e occidentale e contribuisce in un certo senso a fondare una nuova idea di cittadinanza.
Liliana Picciotto
Sarfatti: un nuovo saggio per i giovani
Shoah in Italia: precisazioni
Michele Sarfatti torna a riflettere sulle dimensioni e sui significati della Shoah in Italia. Lo fa con libro rivolto al mondo della scuola, ma che si confronta in profondità con i problemi dell’interpretazione storiografica: sull’uso della parola Shoah, sulla sua unicità, sulla diffusione dell’antisemitismo in Europa durante gli anni Trenta, nella comparazione delle diverse legislazioni antiebraiche e delle forme di persecuzione.
Sarfatti sottolinea come “in ciascuna zona d’Europa la Shoah fu un evento processuale, caratterizzato in modi sempre diversi da tappe, pause, evoluzioni e involuzioni”.
Tratto distintivo dell’Italia è la separazione netta che si può riconoscere tra la fase della “persecuzione dei diritti”, nel periodo compreso tra l’emanazione delle leggi razziali e la caduta di Mussolini, e una fase di “persecuzione delle vite”, successiva all’8 settembre 1943.
Una distinzione che permette di evidenziare come le leggi italiane non furono una concessione all’alleanza con la Germania nazista (come molti tendono ancora a banalizzare), ma “un’azione autonoma” del governo fascista, frutto di una decisione politica databile “tra la fine del 1935 e il 1936”.
Le leggi “vennero applicate integralmente” e le numerose testimonianze citate nel testo mostrano la durezza di questa prima fase, che portò a un progressivo isolamento della comunità ebraica in “una sorta di ghetto, del tutto immateriale ma concretamente esistente”. Un ghetto nel quale furono rinchiuse oltre cinquantamila persone, tra le quali molti membri di famiglie miste - segno dell’elevato grado di integrazione degli ebrei nella società italiana - e gli ebrei stranieri che si erano rifugiati nella penisola.
Si arrivò così in breve tempo alla “separazione e alla cancellazione della presenza ebraica nel Paese” e all’“antisemitizzazione della popolazione e della società”: due aspetti che si rivelarono tragicamente funzionali agli occupanti e alla Repubblica sociale nel periodo successivo.
Sarfatti non rinuncia infine a prendere posizione contro alcune recenti strumentalizzazioni, sul tema della “morte della patria” e sull’ipotesi della resistenza come “guerra civile”.
Andrea Costa
60° anniversario della Resistenza
Per il 60° anniversario della Resistenza il Comune di Milano ha organizzato alcuni eventi, al Palazzo della Ragione, in piazza dei Mercanti, sotto il titolo Incontri con la nostra Storia. Memorial. Milano 1945. I giorni della Liberazione. È prevista la presentazione di undici libri, dal 7 al 31 maggio. In particolare, mercoledì 25 maggio alle ore 18, saranno presentati dagli autori La Shoah in Italia. La persecuzione degli ebrei sotto il fascismo, di Michele Sarfatti (Einaudi, 2005) e Ritrovare se stessi. Gli ebrei nell’Italia postfascista di Guri Schwarz (Laterza, 2004). Moderatore Marilena Poletti Pasero, relatore Riccardo Chiaberge.
Inoltre le Raccolte Storiche del Comune di Milano hanno organizzato una serie di eventi, tra i quali una mostra sulla Resistenza in Europa, con il contributo scientifico del CDEC per la parte riguardante la Resistenza ebraica, allestita al Museo di Storia Contemporanea, in via S. Andrea 6, dal 26 aprile fino a ottobre.
(Da martedì a domenica, dalle 9.30 alle 18, lunedì chiuso, ingresso libero. Info: 02 88464184)
In Testamento di un poeta ebreo assassinato Elie Wiesel racconta di un uomo che attraversa i movimenti comunisti - dalla Germania post Weimar alla Parigi del Fronte Popolare, alla Guerra di Spagna - per poi morire assassinato in un carcere staliniano. L’uomo porta nello zaino, di battaglia in battaglia, di rivoluzione in rivoluzione, un segreto che custodisce gelosamente: i suoi Tefillìn e il suo libretto dei Tehillìm, i Salmi di Davide. Mi è capitato più di una volta di scoprire uomini e donne, vecchi e giovani, che conoscevo come non religiosi e tanto meno osservanti, aprire una di quelle pagine ogni tanto e meditare. Esattamente come molti anni fa, durante una vacanza a New York, a Moise Levy è successo di notare “con stupore persone che li leggevano approfittando dei momenti liberi, aspettando l’autobus o nella metropolitana”. E siccome Moise Levy è frutto (prezioso) della “nobile tradizione rabbinica italiana” (lo scrive rav Riccardo Di Segni) non c’è da stupirsi che dopo la fatica di tradurre il Kitzùr Shulchàn Arùch e la Torà secondo il commento di Rashi abbia deciso di affrontare questa nuova fatica. Ed ecco che i canti di gioia e di dolore scritti da David, figlio di Ishài, sono ora disponibili in un nuovo elegante volume “Levy’s style”, vale a dire usufruibile da esperti e ignoranti, lontani e vicinissimi alla tradizione e al culto: ora possiamo leggerli noi tutti. Ma leggerli per davvero, vale a dire pronunciandoli come vanno pronunciati (con i corretti segni di canto che sono diversi dal resto dei 21 libri del Tanàch), godendone la traduzione in un italiano scorrevole, confrontandoli con la tra-slitterazione, e aiutandosi ascoltandone la commovente melodia incisa da rav Elia Richetti in un cd.
Ognuno, quindi, ne farà l’uso che più gli aggrada: li tratterà come poesie o come preghiere, come inni o come profezie. E, se ne avrà voglia, ringrazierà comunque Moise Levy.
Stefano Jesurum
Gerusalemme: un nome che evoca santità e, al tempo stesso, contese e polemiche; che evoca pace in un luogo troppo spesso devastato dalla violenza. Questo breve saggio cerca di offrire alcune chiavi di lettura secondo una prospettiva religiosa e non intende entrare in merito a questioni di ordine politico o a problemi che riguardano il diritto internazionale. Ciò che si offre al lettore è una riflessione sul significato di Gerusalemme nella coscienza ebraica a partire da alcuni passi-chiave della Scrittura e della tradizione rabbinica. Dall’antico nome Shalem, con cui la città è indicata nella Torà, derivano i significati di “pace, benedizione, giustizia”.
Belzec è un piccolo villaggio della Polonia Orientale che cela orrori innominabili. A partire da marzo del 1942, i nazisti lo trasformano in un colossale mattatoio per il popolo ebraico. Nell’arco di nove mesi, più di mezzo milione di innocenti, tra uomini, donne e bambini, scompare nelle camere a gas e nelle fosse comuni. In un atroce paesaggio di morte e dannazione, il comandante del campo, Christian Wirth, è l’assoluto Imperatore del Male. Il Sabba di Belzec, frutto di anni di ricerche e sopralluoghi, descrive dettagliatamente la storia di questo luogo di distruzione di massa.
Francia: un saggio presenta un quadro simile a quello milanese
Verso la divisione
Si dice spesso che Milano con la sua comunità costituisce una realtà a sé nel panorama italiano: gli iscritti provengono da un gran numero di paesi diversi, le sinagoghe aumentano in modo continuo (si può dire eccessivo?), ma anche l’attività è intensa ed estremamente varia. Milano in questo senso appare assai più simile a Parigi che a Roma e per questo è interessante leggere il breve e denso scritto di Laurence Podselver Fragmentation et recomposition du Judaisme: le cas français (Ginevra, 2004). In poche e scorrevoli pagine, la docente universitaria ha riassunto buona parte dei risultati delle sue lunghe ricerche, a partire da un’analisi socio-demografica dell’ebraismo d’oltralpe, per passare a un’interessante analisi della composizione e delle tendenze dell’Assemblea rabbinica (il Consistoire) per poi soffermarsi sulle emblematiche evoluzioni di alcuni gruppi, ossia i residenti di una cittadina dell’hinterland parigino e i Lubavitch. Il quadro che ne emerge è quello di una comunità che, rispetto ai primi anni Cinquanta, ha smarrito alcuni vecchi punti di riferimento ma ne sta trovando di nuovi.
Gran parte di questo cambiamento è legato all’afflusso davvero notevole (e invidiabile) di correligionari provenienti dai paesi delle colonie francesi del nord Africa. Ebbene va detto che per un lungo tempo, loro (che rappresentano oltre il 70 per cento dell’intera compagine comunitaria) si sono trovati ai margini della gestione della Comunità stessa. Così, dice la Podselver, i valori tipici degli ebrei di origine francese, decisamente legati alla Rivoluzione e alla successiva emancipazione, non sono stati né trasmessi né assorbiti da chi giungeva nel Paese. Tutto ciò no-nostante che nelle colonie gli ebrei avessero già assorbito la cultura francese, anzi fossero di nazionalità francese e considerati da tutti assai vicini ai francesi e quindi in una situazione ottimale rispetto, ad esempio, alla realtà milanese. Le istituzioni comunitarie si sono prima coperte di crepe e poi si sono frammentate in realtà fortemente autonome create su base etnica, in cui i membri si ritrovano in base al luogo di origine. In quelle piccole comunità (spesso fuori dal controllo del Consistoire, l’Assemblea rabbinica) sono finite per emergere figure carismatiche di leader organizzativi e religiosi oppure organismi gestionali che comunque niente hanno a che fare con Parigi. Suona familiare, non è vero?
Ma, spiega Laurence Podselver, questo fenomeno tende talvolta ad assumere dei connotati che definirei estremi. È quanto accade a Sarcelles, una cittadina appena fuori Parigi in cui addirittura il 15 per cento degli abitanti è composto di ebrei e tutti di origine nordafricana. Ebbene lì, chi proviene da un determinato luogo in Marocco forma comunità distaccata perfino rispetto a chi è originario da un altro centro, seppure assai vicino geograficamente. Non solo, ma il ricordo del luogo di provenienza assume connotati del tutto irreali: vengono riesumati i riti tipici di ogni villaggio, incluso il grande attaccamento alla memoria di questo o di quel rabbino, a cui vengono attribuite doti quasi magiche e in onore dei quali si organizzano veglie in memoria. Chi pare sappia intercettare le nuove tendenze è il movimento Lubavitch che riesce a unire il rifiuto della secolarizzazione con la ricerca delle proprie radici etniche, riuscendo in una certa misura a dirottare l’attaccamento al rabbino locale verso il legame con il rebbe di Lubavitch, ed esaltandone quindi i valori ultraterreni. Ma, dice la Podselver, i Lubavitch esaltano comunque le divisioni fra ebrei, in quanto tendono a creare un mondo del tutto autonomo, in cui i rapporti con gli altri ebrei non Lubavitch vengono sempre più circoscritti e dove, chi vuole entrarne a far parte, viene trattato alla stessa stregua di chi non è ebreo affatto. Certo la forza dei Lubavitch dipende anche dall’aver iniziato a operare nelle ex-colonie francesi ben prima dell’emigrazione in massa degli ebrei verso la Francia, ma le comunità tradizionali hanno saputo offrire poco altro. Ad esempio, si legge nel libro, il ricordo della Shoah, che pure tanto unisce gli ebrei di origine francese, non aggrega anche i correligionari venuti dalle colonie che non percepisco questo ricordo allo stesso modo.
Eppure un’altra risposta è possibile e in parte è stata messa in campo in Francia: la creazione di centri di studio ebraici che aggregano i membri della comunità attorno ai veri valori della nostra tradizione, letti, perché no?, in chiave diversa, alla Levinas. È un’idea che potrebbe fare al caso nostro?
D. L.
|

|
|

|

|
|
|
Shabbath
Va’ethchannàn - 13 Av
• Inizio: Venerdì 23 Lug. h 20.05
• Fine: Sabato 24 lug. h 21.51
• Parashà:
Va’ethchannàn
• Haftarà: Isaia 40: 1-16
(I = rito italiano S = rito sefardita A = rito ashkenazita)
|
Rosh Chodesh
Elùl - 10 e 11 agosto
|
Festività
Tish'a BeAv - 9 Av
• Inizio: 19 Lug. h 21.06
• Fine: 20 Lug. h 21.48
• Parashà: Tish'a BeAv
• Haftarà: Shachrìt: Geremia 8: 13 - 9: 23 - Minchà: Osea 14: 2-10; Michea 7: 18-20
(I = rito italiano S = rito sefardita A = rito ashkenazita)
|
|
|
|