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“Un nazista mi prese in braccio e mi baciò. Capii così la complessità del Male”
Il mio ebraismo: Daniel Kahneman

Intuì per primo il concetto della “banalità del male”, quando, da ragazzino, qualcuno gli disse che Hitler amava i fiori e i bambini. Nobel per l’economia nel 2002, docente di psicologia a Princeton, Daniel Kahneman ha studiato i processi psichici applicati alle decisioni economiche e quelli che danno origine alla malvagità. Inventando un nuovo campo di studi: la finanza comportamentale.

"Traggo la mia vocazione di psicologo dalla mia esperienza di bambino ebreo, prima e durante la Seconda Guerra Mondiale. Come molti altri, sono cresciuto in un mondo che consisteva esclusivamente di persone e parole, e molte di queste riguardavano persone. Il pettegolezzo era affascinante: le persone di cui mia madre amava parlare con le sue amiche erano così intriganti nella loro complessità!”. Parola di Daniel Kahneman, vincitore nel 2002 del Premio Nobel per l’economia -il secondo psicologo al mondo ad avere ricevuto questo riconoscimento- “per avere integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica, specialmente in merito al giudizio umano e alla teoria delle decisioni in condizioni d’incertezza”. Fra i fondatori della finanza comportamentale, le sue ricerche hanno permesso di applicare la ricerca scientifica e la psicologia cognitiva alla comprensione delle decisioni economiche.

Nato nel 1934 a Tel Aviv, durante la Seconda Guerra Mondiale vive in Francia con la famiglia. Di quel tempo ha ricordi molto chiari e nitidi, e, soprattutto, una profonda coscienza di quanto quel periodo abbia inciso sulla sua volontà di fare lo psicologo. Un episodio in particolare gli è restato impresso. “Doveva essere il 1941, 1942, gli ebrei dovevano portare la stella gialla e rispettare il coprifuoco delle 18.00 di sera. Ero andato a giocare con un amico cattolico e avevo fatto tardi. Mentre camminavo vidi un soldato tedesco che si avvicinava. Indossava l’uniforme nera che mi avevano detto tante volte di dover temere. Mentre mi avvicinavo, notai che mi stava guardando intensamente. Mi si avvicinò e mi prese in braccio, parlandomi in tedesco con molta emozione. Mi fece poi vedere una foto di un bimbo, e mi diede dei soldi. Tornai a casa sicuro più che mai che mia madre aveva ragione: le persone sono infinitamente complicate e interessanti. E sembrava che perfino un SS avesse più di un volto”. Riflessioni importanti e intense, soprattutto per un bambino che si trova a vivere la complessità e le difficoltà del periodo più nero della storia recente, e che un giovane Kahneman cerca già di affrontare con un particolare spirito critico. Ciò emerge anche nei suoi pensieri di adolescente sulla figura di Hitler, riflessioni che lo portano a elaborare a un concetto molto simile a quello che Hanna Arendt, vent’anni dopo, avrebbe definito come “banalità del male”. “Mi ricordo che da bambino mi torturavo al pensiero che il mostruoso Hitler potesse amare i fiori ed essere tenero con i bambini -continua-. Se c’era qualcosa di buono perfino in Hitler, allora significava che il Male non poteva essere descritto solo come i crimini che uno commette: una persona malvagia era un puzzle da comporre. Capire questo non significava perdonare: era giusto odiare, a volte. E un dovere resistere”.

Nel 1946 torna in Israele e studia all’Università di Gerusalemme. Durante il servizio militare nell’esercito israeliano mette a punto un sistema di reclutamento basato su uno schema di domande che è stato poi utilizzato per diversi decenni. Finita la tzavà, studia a Berkeley, negli Stati Uniti, dove ottiene il PhD nel 1961. Da allora ha insegnato in moltissime Università in giro per il mondo, fra cui la UC Berkeley e la British Columbia. Tutt’oggi insegna psicologia a Princeton e alla Woodrow Wilson School of Public Affairs. Nel 2002 vince, con il suo collaboratore Amos Tversky, il Premio Nobel: gli si riconosce il merito di avere provato, attraverso i suoi esperimenti, che le persone pensano in termini di perdita e di guadagno, ma che nel breve termine, temono di più ciò che potrebbero perdere e agiscono di conseguenza. Tutto ciò dimostrava come i processi decisionali umani violassero sistematicamente alcuni principi di razionalità, mentre le teorie microeconomiche ritengono invece che il comportamento degli agenti decisionali siano razionali e finalizzati a una massimizzazione dell’utilità.

Molto importanti i suoi studi sulla natura della felicità soggettiva e dei comportamenti umani ad essa legati, tema su cui da sempre gli studiosi concentrano le proprie forze, dando vita a teorie diverse e spesso contrapposte. Kahneman e i suoi collaboratori hanno adottato un metodo empirico diretto, cioè un apparecchietto che suona a intervalli irregolari più volte al giorno; il soggetto, volontario, rapidamente preme dei bottoni che registrano quale tipo di attività stia svolgendo, in quale tipo di evento sia immerso e quanto “bene” si senta, in quel momento, in quella situazione, su una scala numerica prefissata. Ne è emerso che conta pochissimo, per lo star bene reale, essere o meno sposati, essere religiosi o atei, guadagnare poco o molto: tutti aspetti che contano molto per l’idea che essi si fanno della propria felicità, ma pochissimo nel reale “star bene” o “stare male” di ogni giorno. Quello che invece più conta è la quantità di sonno della notte precedente, così come lo stare con amici a cena o a chiacchierare. Insomma, sarebbero più determinanti per la felicità i “momenti” che si vivono, che non le condizioni esistenziali, sulle quali basiamo poi il nostro concetto di felicità. Felicità e malvagità, dunque: due elementi contrapposti che sono il cuore del lavoro di Kahneman e che traggono linfa e ispirazione dall’esperienza di vita dell’uomo Daniel.

Perché, come spiega chiaramente: “La complessità del Male e la possibilità che il Bene sia fallace sono sempre state chiare in me e credo siano la prima cosa a cui penso quando rifletto sul mio essere ebreo”.

Ilaria Myr




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Aggiornato il: 07/09/2010
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