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La mia lotta contro il pregiudizio
Parla Gabriele Albertini

Smonta quotidianamente preconcetti e faziosità di Bruxelles nei confronti di Israele.
Si batte contro il politically correct diventato, secondo lui, un’ideologia estremista. Smaschera la nuova “intifada delle navi” e analizza la crisi con la Turchia. Parla Gabriele Albertini, Presidente della Commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo, ex sindaco di Milano.

L'eleganza affabile e asciutta di Gabriele Albertini, classe 1950, è nota fin dai tempi in cui era sindaco di Milano, dal 1997 al 2006. Schivo e concreto, ha traghettato Milano dal post-industriale al neo-urbano, come ama specificare egli stesso, facendone una città europea e al passo coi tempi e aggiudicandosi, nel contempo, la palma d’oro della popolarità come miglior sindaco degli ultimi decenni. Imprenditore, Presidente attuale della Commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo, ha recentemente dato scandalo rifiutando di unirsi alla missione dell’Unione Europea in Israele perché smaccatamente filopalestinese e antisraeliana, una missione a suo avviso inserita in uno “scenario polemico e propagandistico”. Un’indole battagliera che non dà segno di smorzarsi, Albertini parla rapidamente, una capacità mercuriale di collegare cose lontane tra loro, mettendo in relazione pensieri e parole in modo veloce e non scontato.

Com’è stata, vista da Bruxelles, la faccenda della Gaza Flotilla?
Guardi, il Parlamento europeo è il luogo dove il politically correct è diventato puro estremismo ideologico. Bruxelles stringe d’assedio Israele e lo giudica a ogni minimo starnuto. Non dimentichiamo che la CEE dà ai palestinesi 600 milioni di euro l’anno e che la missione europea a cui io non ho voluto partecipare doveva stabilire, andando in loco, se aumentare di 200 milioni di euro questa cifra. Quanto alla flottiglia turca, beh ritengo che Israele non avesse altra alternativa. L’abbordaggio era una scelta obbligata. Israele non ha una portaerei che possa mettersi per traverso e impedire a una flotta di passare. O abbordavano o consentivano di sbarcare. Peccato fosse in atto un blocco militare e che fosse cosa nota a tutti. E poi non illudiamoci, alcuni dei componenti erano degli aspiranti martiri, veri pacifinti appartenenti all’IHH -organizzazione facente parte della galassia dell’estremismo islamista-, gente che prima di salpare aveva fatto testamento specificando che in caso di morte voleva essere ricordata come shahid, martire. Lo schema non è nuovo: martiri con armi bianche in pugno, uccisi da armi da fuoco, questo doveva essere il copione. Ma secondo lei coltelli e bastoni non sono armi? Non vedo molta differenza tra farsi saltare in aria e offrirsi al fuoco nemico tenendo un pugnale in mano, di kamikaze si tratta, in entrambi i casi. Del resto, quando la flotta stava partendo da Cipro, il capo di Hamas, Ismail Hanie, l’aveva detto chiaro: “se le navi raggiungeranno Gaza, sarà una vittoria. Se saranno intercettate dai sionisti sarà una vittoria lo stesso, perché scorrerà del sangue”.

A metà giugno, all’Europarlamento, lei ha votato contro l’istituzione di una commissione d’inchiesta sull’episodio dell’assalto alla Mavi Marmara.
Ci siamo astenuti in 46 contro 470 a favore (non si può votare contro). Semplicemente non eravamo d’accordo sulla “richiesta di indagine internazionale rapida e imparziale” e nemmeno sul fatto che “l’attacco contro la flottiglia umanitaria costituisse una violazione del diritto internazionale”. No, semplicemente ritengo che la sovranità di Israele non debba essere messa in discussione in nessun modo. Strasburgo non tiene mai conto dell’intento difensivo che muove Israele. E non tiene conto di fatti storici recenti importanti.
A che cosa allude?
Al fatto che alla fine del Secondo conflitto mondiale gli arabi e in primis i palestinesi con il gran Muftì di Gerusalemme -che si inventò le SS islamiche-, erano alleati di Hitler e che, come lui, hanno perso la guerra. La Brigata Ebraica invece, di stanza in Italia, liberò Rimini dall’occupazione tedesca e affiancò gli Alleati. Sembra paradossale ma, malgrado la Shoà, gli ebrei hanno vinto la guerra, mentre gli arabi, allo stesso modo di tedeschi e giapponesi, l’hanno persa. Quindi okay lo Stato palestinese, ma senza dimenticarci la Storia. È come se i tedeschi che abitavano a Konigsberg prima del 1939, patria del tedeschissimo Kant, rivendicassero oggi la città della Prussia orientale rimasta ai russi dopo la sconfitta tedesca. Decine di migliaia di tedeschi dovettero fare le valigie e andarsene, pena il gulag. E nessuno oggi si sogna di rivendicare il ritorno di Konigsberg, oggi Kaliningrad, alla Germania. Chi perde paga, punto.
Come vede l’attuale crisi israelo-turca e l’eventuale ingresso della Turchia in Europa? Il governo di Erdogan NON ha affatto rinunciato all’Europa ma la sta furbescamente utilizzando per cambiare la Costituzione kemalista che oggi gli sta stretta. La Costituzione turca prevede il colpo di stato legale da parte dell’esercito, il quale è l’unico garante della laicità dello Stato. Temendo l’eventualità di una deriva religiosa, Kemal Ataturk aveva previsto che fossero i militari ad avere il potere di custodire la laicità dello Stato, e aveva quindi sancito la legittimità del golpe di Stato. Per farsi accettare dall’Europa e insieme introdurre l’elemento religioso nella Costituzione, Erdogan deve oggi cambiare la Costituzione kemalista; Erdogan sa benissimo altresì che l’Europa, in questo, fa il suo gioco, non potendo per sua natura accettare il principio di golpe di Stato, illegale ovunque. Erdogan otterrebbe così due piccioni con una fava: il ridimensionamento del potere dei militari e l’affermazione dell’islamismo moderato. Il tutto con la benedizione di Bruxelles. Inoltre non va dimenticato che la Turchia fa parte dell’OCI, la Conferenza Internazionale Islamica e che nello statuto dell’OCI si stabilisce che la legge coranica, la Shaaria, deve sempre prevalere sul diritto positivo. Ora il segretario generale dell’OCI è un turco, Ekmeleddin Ishsanoglu legato a doppio filo a Davutoglu, il Ministro degli Esteri turco teorico del neo-ottomanismo e artefice della svolta antisraeliana.
Qual è quindi il nocciolo della crisi? L’appartenenza al mondo islamico della Turchia. Sembra semplicistico, ma non lo è affatto visto che Erdogan punta a presentarsi come nuovo leader del mondo islamico, riposizionando la Turchia come punto di coagulo dell’area. Non dimentichiamo che Mubarak è vecchio e la sua successione incerta; Assad è morto e il figlio Bashar non ne ha il carisma; l’Iran è sciita e quindi inviso al resto del mondo arabo. In un vuoto oggettivo di leadership, Erdogan spicca con una Turchia forte economicamente e militarmente, moderna, acculturata, dinamica, giovane e rampante. Consapevole di essere l’unico vero ponte tra Oriente e Occidente. Inoltre, ci sono due elementi nuovi e importanti da registrare nella politica estera turca: l’accordo con i russi di Medvedev su gas e energia in cambio del passaggio attraverso i Dardanelli. E poi la nuova attitudine verso l’Iran. Per salvarlo dalle sanzioni e consentire a Ahmadinejjad di rifornirsi di uranio, la Turchia si è alleata col Brasile di Lula. E questo è un fatto clamoroso, un voltafaccia assoluto: è la prima volta che la Turchia filo-occidentale e filo-Usa si pone apertamente contro i suoi alleati e protegge uno Stato-canaglia come l’Iran. È in questo quadro complesso che si inserisce l’episodio della Gaza Flotilla.

Lei è mai stato in Israele?
Sì, tre volte. Israele è un paese-provetta dove si sono incontrati i DNA del mondo. Se in quella provetta sarà possibile trovare l’antidoto alla deriva estremista che ci affligge e dell’intransigenza, beh sarà un grande risultato. È il luogo dove si concentra la complessità delle civiltà, che come tante palline di mercurio si costeggiano ma non riescono a toccarsi. Non posso dimenticare il Muro del Pianto, la galleria con i rabbini che leggono il Talmud. Ma al contempo la spianata delle moschee. Sono tutti sentinelle di preghiera e di fede. Immagino Gerusalemme come un condominio perfettibile. A pochi metri gli uni dagli altri i rabbini, i mercanti arabi del suk, i pellegrini che arrivano da tutto il mondo. Un condominio difficile, lo ammetto, con millenni di storia e tensioni. Ma anche un laboratorio di speranza.

Che rapporti ha col mondo ebraico italiano?
Buoni, specie a Milano: una comunità a mio avviso capace di conservare l’identità e insieme di integrarsi. Sento una sintonia intellettuale e spirituale: come per gli ebrei italiani, anche io credo nel diritto alla differenza. E non alla differenza dei diritti. Spiace dirlo ma, tanto per essere chiari, la Umma islamica è la differenza dei diritti. A questo punto mi chiedo: ma come si fa a far entrare la Turchia in Europa se continua a far parte dell’OCI che vuole il prevalere della legge islamica?

Fiona Diwan




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Aggiornato il: 07/09/2010
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