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Il grande freddo tra Ankara e Gerusalemme
La svolta del governo Erdogan

La sanguinosa vicenda della Gaza flotilla. La svolta del governo Erdogan. L’incapacità diplomatica del Ministro degli Esteri israeliano Lieberman e l’umiliazione dell’ambasciatore turco. Mentre tra i due Paesi cala un gelo che sembra irreversibile, la società civile assiste incredula e preoccupata

Meno male che non tutti i turchi la pensano come Erdogan e Gul, e meno male che molti israeliani non si comportano come Lieberman e Ayalon. Nel momento più basso, da almeno 20 anni, delle relazioni tra Israele e Turchia, non sembra che i governi dei due paesi abbiano la voglia e la capacità di tornare amici. Dichiarazioni e sgarbi reciproci hanno scavato tra le due nazioni un oceano ben più largo e profondo del mare che in realtà le divide.
Il premier turco ha iniziato ad attaccare duramente Israele fin dall’inizio del 2009 e da allora non si è più fermato. La sanguinosa vicenda della flotilla, con il ruolo propulsore della Turchia nell’organizzazione della spedizione e il tragico blitz a bordo della nave, sono state solo fasi ulteriori di un processo di inesorabile allontanamento. D’altra parte l’incapacità diplomatica dell’attuale governo israeliano non ha fatto altro che peggiorare le cose. Chi conosce i turchi sa che non passano facilmente sopra episodi come quello di cui è stato protagonista il vice-ministro degli Esteri israeliano Danny Ayalon. Che ha ridicolmente umiliato l’ambasciatore turco facendolo sedere su una sedia più bassa di fronte a sé, a un tavolo con la sola bandiera israeliana, e invitando in ebraico i giornalisti a notare la bella messa in scena che aveva preparato.
Un episodio che alla fine ha ridicolizzato e umiliato non i turchi, ma Ayalon stesso e il suo governo. Tanto che il presidente Shimon Peres è dovuto scendere in campo e costringere il vice-ministro sbruffone a scusarsi ufficialmente col governo di Ankara. Ma la lavata di capo del Presidente non ha sortito un grande effetto su Ayalon che pochi giorni dopo ha dichiarato tronfio: “Ora vedrete che Erdogan parlerà in modo diverso, ha capito la lezione”. Non è stato un gran profeta! A volte sembra che il Ministero degli Esteri israeliano sia stato preso ostaggio da una comitiva di bulletti da bar.
Dopo l’umiliazione del suo ambasciatore, Erdogan ha infatti continuato, e continua, a dire di tutto contro Israele. Ha accusato lo Stato ebraico di essere la principale causa di guerra in Medioriente, lo ha definito uno Stato pirata, ha detto che la Turchia non resterà a guardare se Israele affama Gaza, ha proposto l’isolamento di Israele all’Onu, e via dicendo. Beh, non sembra granché spaventato dalla bravata di Ayalon, o dalle dichiarazioni del suo capo, il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, che non ha saputo far altro che paragonare il premier turco a Gheddafi. A ciò si è limitata la sua abilità diplomatica.

In Israele, giornalisti ed osservatori politici, provano a spiegare le vere ragioni alla base del voltafaccia turco. Alcuni pensano che il partito islamico di Erdogan e Gul abbia gettato la maschera, che abbia cioè mostrato la sua vera natura. “Gli islamici sono amici degli islamici”, questa in sostanza è l’analisi, ed è normale che Erdogan abbia deciso di avvicinarsi all’Iran e a Hamas, abbandonando il fronte laico e filo-occidentale. Inoltre ciò ha regalato al primo ministro turco un’inedita popolarità tra le masse islamiche. A Gaza già sono nati i primi bambini chiamati Erdogan. Altri israeliani imputano il cambiamento turco ai problemi incontrati da Ankara nel suo processo di integrazione europea. In sostanza: Bruxelles non vuole la Turchia e questa se la prende con Gerusalemme.

Persi miliardi di dollari
È probabile che queste siano due ragioni fondate, ma il presidente della Camera di Commercio israelo-turca Alon Liel, ex diplomatico israeliano in Turchia ed ex direttore generale del Ministero degli Esteri, dà una spiegazione molto più semplice e, forse, rassicurante. Secondo Liel, la Turchia si comporta così principalmente a causa dell’atteggiamento d’Israele. Erdogan è al potere dal 2003 ed è durante il suo governo che Israele e Turchia hanno conosciuto il massimo della collaborazione economica e militare. L’anno record è stato il 2008. In quei dodici mesi gli scambi commerciali hanno raggiunto i 3,5 miliardi di dollari. Centinaia di migliaia di israeliani sono andati in vacanza in Turchia, nelle grandi città, ma più spesso nei resort estivi che le agenzie israeliane offrivano a prezzi vantaggiosi. Negli ultimi dieci anni il 13% dei passeggeri in partenza dall’aeroporto di Tel Aviv è volato in Turchia, rendendola la destinazione più popolare per i turisti israeliani. Poi è calato il grande gelo. “La Turchia - spiega Alon Liel - è da sempre molto influenzata dagli alti e i bassi del conflitto arabo-israeliano. Da questi dipende il cambio di atteggiamento nei confronti del governo dello Stato ebraico. È accaduto all’inizio degli anni Ottanta, quando le relazioni tra i due Paesi furono declassate a sole rappresentanze d’affari, e a governare all’epoca non erano gli islamici, ma i laici kemalisti.
È accaduto in senso opposto negli anni Novanta, quando è scoppiato l’amore tra le due nazioni. Love-story che si è rafforzata, rinfocolandosi dopo il ritiro israeliano da Gaza”. Shimon Peres fu invitato nel 2007 proprio dall’attuale governo turco a parlare nell’emiciclo del Parlamento di Ankara, onore riservato a pochi.
La ragione quindi secondo Liel non dipende dall’islamismo di Erdogan. Il 26 dicembre 2008, mentre il premier turco mediava una pace possibile tra Israele e palestinesi, Olmert, che lo aveva incontrato il 21, cinque giorni prima, senza avvisarlo di nulla, dava il via all’operazione Piombo fuso. Il premier turco reagì andando su tutte le furie, si sentiva ingannato. Ma Ehud Olmert e il suo governo erano ormai al tramonto, ed è curioso che poco tempo fa Erdogan abbia detto che rimpiange l’ex premier israeliano. Con Netanyahu infatti sembra non ci sia alcun rapporto, l’attuale primo ministro non sembra avere alcuna capacità di relazione con la controparte turca. Liel sostiene che i due non si siano mai, mai, parlati neanche per telefono. Mente i due governi si allontanano e c’è chi invoca boicottaggi reciproci, una buona parte dei cittadini dei due paesi assiste a tutto ciò incredula, triste e preoccupata.

Fine di una love story
I militari turchi, da sempre contrari al governo Erdogan, si oppongono o accettano a malincuore il progressivo venir meno della collaborazione tra i due eserciti. Le esercitazioni congiunte erano parecchie e frequenti, così come la fornitura da parte israeliana di strumenti d’alta tecnologia per l’industria bellica turca. Israele è importante per lo sviluppo dell’esercito turco come lo è la Turchia per l’industria alimentare, l’approvvigionamento idrico ed energetico israeliani. Tanto che importatori, uomini di affari e anche militari dei due paesi, legati ormai da interessi e amicizie, si chiamano al telefono dicendosi sempre più preoccupati. I turchi rifiutano l’atteggiamento aggressivo del loro premier e non si spiegano come Israele cada puntualmente di fronte ad ogni provocazione, gli opinionisti israeliani ammoniscono i concittadini a non considerare tutti i turchi come Erdogan. L’elite intellettuale ed economica turca, contraria ad Erdogan, sa quanto sia importante l’amicizia con Israele e quanto sia pericolosa una deriva islamista. Gli israeliani che si oppongono alla rozzezza di chi siede al governo di Gerusalemme, sperano di tornare presto a poter considerare Istanbul e Ankara due mete di un paese amico. È a questi due gruppi di cittadini che è affidata la speranza per una futura, anche se non immediata, ritrovata armonia tra i due paesi.



Renato Coen, da Gerusalemme




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Aggiornato il: 07/09/2010
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