Il miracolo di Kippur

Di: Rav Giuseppe Laras
29/09/2017

Lo Shofar che si suona a Yom Kippur
Vi è qualcosa di straordinario nel giorno di Kippùr, un giorno che attendiamo nel calendario, di anno in anno, segnandoci la data esatta e mantenendoci liberi da incombenze di sorta.

Sociologicamente, quando un ebreo smarrisce persino Yom Kippùr, risulta davvero difficile per una kehillah qualsivoglia aiutarlo. Questo non significa che gli “ebrei da Kippùr” siano, invece, soggetti ebraicamente meno difficoltosi o problematici. Anzi. Molti, proprio per il fatto che “si timbra il cartellino” a Yom Kippùr, si sentono edificati e confermati dal loro annuale momento al tempio, a cui attribuiscono un significato simbolico profondo ma dai contorni assai sfumati, intimistici e incomunicabili ad altri, senza purtroppo mai sentirsi sufficientemente a disagio per riprendere in mano la loro vita ebraica.

Poi ci siamo noi, gli ebrei religiosi, che pubblicamente, assieme agli altri, dichiariamo sinceramente di essere peccatori, quindi fallibili, con le nostre devianze, le nostre fragilità e le nostre reali cattive azioni; fatto -quest’ultimo- che, spesso, quando incontriamo i nostri fratelli durante il resto dell’anno, sembriamo dimenticarci con troppa facilità.

E, infine, ci sono decine e decine di ebrei, sospesi tra il poco e il molto di una vita ebraica difficile e piena di compromessi –ritenuti, all’occasione, piccoli o grandi-; una vita ebraica a cui tuttavia (ed è un merito!) non vogliono rinunziare, da cui cercano di lasciarsi guidare per un aspetto o per un altro della loro esistenza personale e familiare, e a cui sanno di non aderire mai abbastanza, o con sufficiente convinzione.

Il miracolo di Yom Kippùr è che tutti (o “quasi” –e questo “quasi” dovrebbe essere per tutti noi motivo di dolore, nostalgia e senso di fallimento in relazione a coloro che si sono troppo allontanati-), per una volta, ci riconosciamo uguali: peccatori, trasgressori, persone che tralignano e commettono iniquità e cose abominevoli. Non solo: tutti avanziamo anche altre richieste, e lo facciamo assieme.

Intendiamoci: questo avviene durante ogni preghiera ebraica, ogni giorno, tre volte al giorno. Eppure, a Yom Kippùr, in maniera eccezionale e vibrante, ci rendiamo tutti conto di questo, come se fosse una verità palpabile, laddove il Rav e il trasgressore più consumato sono resi simili dalla dichiarazione dei loro peccati.

Attenzione, qui sta il punto fondamentale: non rende simili lo status di peccatori, che è più o meno grave per ognuno, e neppure, ovviamente, il tipo di trasgressione. Sarebbe indecente follia, se fossero i peccati e le trasgressioni a racchiudere in un’unità le persone. Ciò che, al contrario, ci accomuna e ci rende simili è il dichiarare di essere trasgressori, al pari della comune richiesta di perdono.

E qui dimora uno dei commoventi paradossi di Yom Kippùr: noi tutti, rei confessi e dichiarati trasgressori, costituiamo assieme un Kahàl Qadòsh, una “santa assemblea”. Quando è possibile esperire “toccando con mano” la santità? Quando Israele confessa, prega, spera, si purifica e si rinnova il giorno di Kippùr.

Se fallimenti, colpe, responsabilità, stupidità e cattiveria hanno rinchiuso e soffocato ciascuno nel suo peccato, Yom Kippùr è un giorno di liberazione: porta libertà a ciascuno, isolatosi per trasgressioni e peccati. Ma Yom Kippùr non riguarda unicamente il perdono. Ancor più, infatti è momento di purificazione, implicante cioè il restauro e il rinnovo del singolo e della comunità nella sua interezza, fin nei recessi più profondi. E che cos’è mai il pentimento se non il supremo rinnovamento dell’essere umano? –si chiedeva Rav Soloveitchik. Maimonide afferma che una forza purificatrice e di rinnovo profondo promana a Kippùr dalla Comunità di Israele. Questo è possibile, perché noi all’isolamento del peccato opponiamo l’unità di Israele.

I moralisti inseguono (per lo più per gli altri) fantasie di perfezione; sicché, quando qualcosa si incrina o si rompe sensibilmente, ciò è perduto per sempre e la sua preziosità smarrita. Yom Kippùr ricorda a tutti indistintamente che ogni essere umano, anche il migliore tra noi, pecca e traligna (Qoheleth VII,20). Ma ricorda, ancor più, che, dopo scalfitture, cadute e rotture, costui potrà, se vorrà, far ritorno, risultando rafforzato anziché indebolito. “Il cammino della Teshuvah non è mai sbarrato” (Maimonide, Hilkhòth Teshuvah 3:14). Chiunque abbia un rapporto di amore o amicizia profondi con un’altra persona dovrebbe ben sapere che tale rapporto è in serio pericolo o comunque insalubre, qualora risieda non sulla concretezza (pur spigolosa), ma su idealità incantate (e, quindi, spietate), e sull’assunto della perfezione di entrambe le parti. Si fugge, cioè, dalla realtà e si falsifica l’immagine propria e altrui.

Yom Kippùr coincide con il giorno in cui Mosè ruppe le Tavole, quelle confezionate direttamente da Dio. Tutto poteva essere perduto, se lo statuto del rapporto di Alleanza tra Dio e Israele si fosse fermato alla rottura di quelle prime Tavole e a un’immagine distorta di Israele –ossia “perfezionistica”, moralmente, religiosamente, culturalmente, politicamente-. Giunsero nuove Tavole, contemperate dall’apporto umano, atte cioè all’uso effettivo di Israele. La rottura delle prime non ha distrutto né noi né l’Alleanza: siamo, anzi, divenuti più forti ed essa non si è rotta, ma tradotta in realtà operativa.

Il percorso spirituale che da Rosh Ha-Shahah giunge a Kippùr, con la “cavalcata” intensa di digiuno e preghiera, va dal peccato al rinnovamento, dalla “rottura” alla creazione di qualcosa di nuovo con richiede impegno, da “morte” spirituale a “resurrezione”. L’assenza di libertà coincide con la morte. L’ebraismo da sempre ha lottato con tutte le sue forze contro coloro che affermano che i nostri condizionamenti (tra apatia e ideale, tra entusiasmi e inerzie, tra slanci e grettezze) siano così potenti da impedirci di cambiare. Al contempo, l’ebraismo ha sempre insegnato che il cambiamento è cosa estremamente seria ed esigente, senza aver mai nascosto quanta fatica e sofferenza esiga.

Yom Kippùr insegna che è in noi sempre disponibile l’energia segreta e spesso inimmaginata per intraprendere sinceramente un autentico cambio di prospettive. La Teshuvah è esigente, perché non significa tanto abbandonare il passato, esecrandolo, ma piuttosto ci impegna invece a ri-orientare il passato dentro un sistema di vita ebraica (Torah, Mitzvòth e Eretz Israel e non indefinita e fumosa “cultura” ebraica!). Se così non fosse, sarebbe una Teshuvah molto fragile, con momenti di fervore ed eccitazione dapprincipio e con disperanti momenti di cadute, tanto esorcizzate, poi. Portare il passato nella Teshuvah, ri-orientarlo e metterlo al nostro servizio e a quello divino, superando le fasi iniziali di infervoramento, è ben simboleggiato dall’uscita di Yom Kippùr, come alcuni grandi Maestri contemporanei ricordano. Immediatamente, ciascuno di noi, uscita Neillah, prega ‘Arvith. Questo avviene con un climax anti-estetico fortissimo: dalle solenni note di El Nora ‘Alilah alla confusione che accompagna ‘Arvith. Dalla somma vicinanza a Dio, dalla benedizione rivoltaci dal Santo e Benedetto con Cui ci siamo per tante ore intrattenuti in un lungo e difficile colloquio, entriamo immediatamente nella confusione, nella “banalità”, nella richiesta di acqua e conforti alimentari, nella preghiera di ‘Arvìth recitata in fretta, provati, e in mezzo alla confusione generale. La vita fa, cioè, di nuovo irruzione, talora con disordine e modalità sfacciate. L’ebraismo che viviamo e che ci fa vivere mira al trionfo della vita: ecco perché, a normare tale quotidianità e i suoi frammenti, è continuamente interessato e teso.

La morte può essere fronteggiata solo dalla vita. La “morte-in-vita” solo dall’accrescimento di vita ulteriore, rinnovata e resa più profonda. La Teshuvah rinnova perché connette passato, presente e futuro e, pur orientata verso il futuro, possiede in sé la possibilità di redimere un passato irreversibile. È il futuro cioè a poter trasformare il passato, vincendolo. Ecco perché i nostri Maestri, di benedetta memoria, insegnano che la Teshuvah ha preceduto la creazione del mondo.
La nostra Tradizione ci insegna a chiedere perdono a Dio, ricordandoGli di usarci pietà “se come figli”, come un Padre ha amore benevolo e sollecito per i propri figli; “se come schiavi”, rimettendoci appieno e completamente alla sua pietà. Credo che sia opportuno ricordare che, nei riguardi del Santo e Benedetto, ciascuno è tenuto a tributarGli un “servizio per timore” e un “servizio per amore”, basandosi il secondo sul primo.

Perché noi pecchiamo? Soltanto per intemperanze e misera superficialità? Noi pecchiamo perché non abbiamo abbastanza fede. Può essere difficile aver fede in Dio, accettarNe l’insondabilità e somma trascendenza, i Suoi giusti giudizi e la Sua talora non comprensibile immanenza e sovranità. Può essere arduo credere che il Creatore dell’intero universo, di infiniti mondi e costellazioni, di spazi siderali calcolati in milioni di anni-luce nonché di forze subatomiche, come pure di miriadi di creature viventi e senzienti, di trapassati ormai in polvere e di esseri umani che appariranno sul palcoscenico del mondo solo tra decenni, possa essere in contatto continuo con ciascuno di noi, vegliando sui singoli e sulle Comunità, dimostrandosi provvidente e Santo. Richiede speciale sensibilità riconoscere, di attimo in attimo, che ogni cosa esistente esiste per quel Volere Provvidente e che, tuttavia, nulla Gli è associabile. Tutto questo sfugge, anche ai migliori tra noi, facilmente. E così smarriamo il “timore di Dio”. Riconoscere tutto questo e averne coscienza coincide, al contrario, con sentimenti di venerazione e coscienza di inadeguata finitudine, che, per l’appunto, costituiscono il “timore di Dio”. Non coltivare il “timore di Dio”, significa esporsi ancora di più alle trasgressioni. Siffatto valore, tanto apprezzato dalla nostra Tradizione, conduce a un servizio “per timore”. L’Eterno ri-orienta l’ego del transeunte; l’Infinito smorza l’orgoglio del finito; il Soggetto per eccellenza fa scoprire ad altri singoli soggetti di non essere oggetti, pur avendo costoro limiti chiari e costitutivi. Tale “servizio per timore” è quello di una creatura che coglie unicamente lo scarto tra sé e Dio, che scopre cioè di poter essere solo beneficata dal Suo Creatore. È lo schiavo rispetto al suo Signore. Eppure, è un livello spirituale assai apprezzabile, importante e nobile, che solo dei superficiali possono ritenere trascurabile. Una vita religiosa senza “timore di Dio” è falsa o impazzita: “premessa della sapienza è il timore dell’Eterno (Salmo CXI,10)”. Rav Kook e Rav Soloveitchik ricordano che esiste un “pentimento per timore”, laddove il beneficato teme le conseguenze del proprio peccato in un’ottica retributiva (nello Shema‘, Deuteronomio XI,13-21). Tale pentimento, pur imprescindibile, è però imperfetto, perché non riesce a sradicare l’errore dall’anima.

Il “servizio per amore”, che non può prescindere da questo primo livello, è quello invece tributato nell’ottica dell’Alleanza tra Israele e il suo Dio. È questo servizio a rendere possibile che la nostra interpretazione della Torah diventi essa stessa una parte umana, particolarissima e inalienabile, della Torah divina. È questo il servizio che ci permette slanci altrimenti impensati o insperati. È questo il servizio che ci fa Israele. È questo il servizio che conduce all’amore per Dio, al contempo singolarmente e collettivamente, “con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze”. La Teshuvah che scaturisce dall’amore è il pentimento per eccellenza, che non pensa tanto ad emendare l’anima, quanto alla costruzione di un nuovo “io”, non è un pentimento ossessivo ma creativo e vitale. “Quando egli trova se stesso in una situazione di peccato, si avvantaggia della propria capacità creativa, ritorna a Dio e diventa una creatore e un modellatore della propria persona. L’essere umano attraverso la Teshuvah crea se stesso, il suo proprio “Io” (Soloveitchik 1983:113).

L’ebraismo, nel suo disincanto innamorato, sa benissimo “che dei santi è il passato e dei peccatori il futuro” (Oscar Wilde). Ecco perché, attraverso il “pentimento per amore”, comprendiamo come la dialettica avviata dal peccato possa far giungere il peccatore ad altezze spirituali a cui paradossalmente mai potrà pervenire chi non ha peccato. È quello che i rabbini affermano (Ber. 34b): “persino uno tzaddìk integrale non potrà mai pervenire al livello raggiunto da coloro che si sono completamente pentiti”.
Noi tutti sperimentiamo di essere ampiamente inadeguati rispetto a entrambi questi assi cartesiani del nostro rapporto con Dio. Eppure, proprio in virtù, del “servizio per amore”, comprendiamo la grandezza del giorno che stiamo per celebrare e la sua eccezionalità, per cui all’inquietudine va a mescersi la tristezza per le occasioni perse e lo sconforto per errori evitabili e magari divenuti “costume”; per cui, ancora, si ha nostalgia pungente di Dio e della Sua presenza familiare nella vita della Comunità: “Facci tornare, Signore, e a Te ritorneremo, rinnova per noi gli antichi giorni felici”.

Hatimah Tovah,
Rav Giuseppe Laras

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