Andrée Ruth Shammah. Foto Giacomo Cestra

Andreè Ruth Shammah: «Vivo l’ebraismo come una sfida straordinaria»

 

 

Mi riceve affannata nel suo ufficio, nella sede del Teatro Franco Parenti (ex Salone Pier Lombardo), rinato recentemente a nuovo splendore – dopo un lungo restauro – , come polo milanese multiculturale, con tre sale teatrali, un laboratorio drammaturgico, un cafè philosophique aperto a letture e presentazioni. Adrenalinica e caotica, Andrée Ruth Shammah è ancor oggi la regista irrequieta e appassionata che 35 anni fa reinventò il linguaggio teatrale adottando testi iper-contemporanei, azzerando la scenografia e scegliendo di far parlare solo attori e testo: da Giovanni Testori a Eric-Emmanuel Schmitt a Emilio Tadini, dalle commedie di Eduardo ai classici di Goldoni, Euripide e Shakespeare. E poi i due Festival di Cultura ebraica, i primi spettacoli di Moni Ovadia, le lezioni di Emmanuel Levinas e Haim Baharier, i suoi legami con Israele. Protagonista indiscussa della vita culturale italiana e milanese, estrosa e controcorrente (“ho sempre adorato romprere gli schemi”, dice), enfant prodige del teatro italiano, Andreè Ruth Shammah ha sempre vissuto al galoppo, dalla liaison con Franco Parenti all’amicizia con Giorgio Strehler, fino alle oltre 100 regie, comprese le due prestigiosissime per La Scala. Il suo Teatro oggi taglia il traguardo dei 35 anni di vita, un vero anniversario. Niente male per Andrée, nata a Milano per caso 61 anni fa, all’indomani del lungo viaggio che portò i suoi genitori da Aleppo, in Siria, all’Italia.

Qual è stato il suo percorso di riavvicinamento all’’ebraismo?
La mia storia è quella di una riconciliazione tardiva con le mie radici: ebraiche e mediorientali. Quando arrivammo in Italia, noi bambine (4 sorelle) eravamo del tutto all’oscuro del perché eravamo finite qui. I miei genitori mi raccontarono sempre molto poco della loro vita di “prima dell’Italia”. Arrivate a Milano frequentammo una scuola cattolica, la Sainte Jeanne d’Arc, dove ci obbligavano a recitare le preghiere cattoliche. In effetti, io e le mie sorelle abbiamo vissuto per anni senza capire che cosa volesse dire essere ebrei. Seppi solo molto più tardi che i miei erano fuggiti dai pogrom arabi, scappando su per i tetti di Aleppo. Loro credevano che con la fuga avrebbero azzerato tutto: le loro radici mediorientali, il retaggio culturale arabo, le abitudini e la stessa lingua araba, furono messi tra parentesi, direi rimossi. Volendo ricominciare tutto da capo, misero in soffitta i bauli dei ricordi e dell’identità arabo-sefardita. Il risultato è che sono cresciuta senza sapere molto di me stessa e da dove venivo. Fu tantissimi anni dopo che scoprii questo mondo e quanto in verità ne facessi parte. Con mio padre ormai vecchio, durante una visita a Gerusalemme, vidi la sua gioia nel parlare arabo, nel ritrovarsi così a suo agio in un mondo mediorientale che era il suo. Era come un topo nel formaggio. Una identità che non volle trasmettermi: aveva cancellato quella parte di sé, per decenni, per aderire al mondo europeo. Ecco: il mio rapporto con l’ebraismo si complica perché c’è di mezzo la radice araba che i miei avevano cancellato, forse reciso. Il risultato è stato che per molti anni non ho più saputo chi ero, ho vissuto un certo sradicamento. Diventata grande decisi così che le mie radici sarebbero state Milano e il teatro. Avevo 18 anni. Il mio ritorno all’ebraismo è cominciato molto più tardi, da Israele.

Come è riuscita a ricucire tutte le diverse anime, l’’ebraismo, Israele, le origini arabo-sefardite, l’’Italia e il suo essere di sinistra?
Già nel 1972, il pregiudizio antisionista della sinistra mi dava sui nervi. Vedevo che nessuno capiva quel paese-laboratorio, nessuno vedeva Israele come esperimento meraviglioso di integrazione, quel mettere insieme tutte le genti del mondo, arabi, russi, polacchi, francesi, ashkenaziti, sefarditi. Ecco: sono partita da Israele come patria di valori moderni e così ho riconosciuto il mio ebraismo. Ma per accettarlo in toto ho dovuto passare attraverso il recupero della figura di mio padre. Il più grande regalo che mi ha fatto, dopo la sua morte, è stato ricongiungermi a me stessa e alle mie radici, a ciò che io sono veramente, nel profondo. Oggi sto attenta e cerco di mangiare kasher, e si può dire che tengo molto alle tradizioni. Tutto esplose durante la shivà, dopo la sua morte nel 2000. La krià (il taglio degli abiti), i rabbini, i parenti, la girandola degli amici. Tutto il passato di mio padre esplose, era lì concentrato in una stanza, davanti ai miei occhi. Come colpita da un fulmine, capii che lui era stato qualcosa che io non avevo mai immaginato e che questo mi riguardava. Durante la settimana di lutto, il passato, il presente, le origini lontane, tutto si mescolò dentro di me e divenne una cosa unica. Per me l’ebraismo è lui, mio padre che mette i tefillin, il suo bianco tallet che ondeggia nella luce del mattino.

Che cosa rimane oggi?
Il senso di appartenenza. Ho capito che chi fugge, chi abbandona un paese ed emigra spesso non racconta nulla ai propri figli. Che così crescono senza sapere che cosa li ha portati lontano, chi sono, o che cosa è stato l’essere fuggiaschi e il senso di sradicamento che ci si porta dentro. Penso che ogni genitore dovrebbe sforzarsi di raccontare ai figli la propria storia, anche se è molto dolorosa, anche se raccontando si è straziati dalla nostalgia. Trovare il bandolo della matassa del mio ebraismo è stato un percorso lungo e laborioso.

Quali sono i suoi rapporti con la Comunità di Milano?
Buoni. Tuttavia devo constatare che la realtà milanese è spesso frantumata e non convergente, spezzettata, c’è troppa gente accecata di protagonismo. Paradossalmente, in passato, ci sono stati momenti in cui mi sono sentita più ebrea tra i goym che in mezzo alle divisioni e alle tempeste del mondo ebraico milanese.

Ha avuto dei maestri?
Sì, i libri. E un poco Haim Baharier. È lui che mi ha fatto capire che l’’essere ebrei vuol dire accettare la ferita di vivere, accettare la crepa. Insomma, avere il coraggio di sapere che sì, c’è la sofferenza ma che per guardarla in faccia dobbiamo imparare a essere leggeri. Che l’ebraismo è una dimensione claudicante, quell’’andare incerto che chiamiamo esperienza, per citare un verso di Emily Dickinson.

In che modo il suo teatro è legato al suo ebraismo?
Non faccio mai scenografie per le mie pièce, non amo le raffigurazioni, mi piace la scena nuda e questo trovo sia molto ebraico. Se devo dire oggi qual è il mio rapporto con l’ebraismo, beh, credo che la cosa consista in una sfida straordinaria. Quella che mi è stata data nel costringermi a tenere insieme le diversità che sono dentro di me, il bene e il male, senza separarli, questo camminare sul filo. E questo non è forse tipico dell’ebraismo? Dare un’interpretazione di un pasuk della Torà e poi interpretarla nella maniera esattamente opposta, e capire che entrambe sono vere, hanno un senso…, questo è l’ebraismo, far convivere molte verità insieme, una cosa e il suo contrario.

Come vive la spiritualità ebraica?
Non credo che l’’ebraismo sia un percorso spirituale. La parola spiritualità non gli si addice, a parte ovviamente il fondamento dell’’etica, di cui il mondo è debitore all’’ebraismo. Mi spiego meglio: io sono cresciuta in un mondo in cui lo spirito era qualcosa di cattolico, abitava nelle chiese non nelle sinagoghe. La questione è che noi ebrei non vogliamo farci vedere né più santi, né più buoni davanti a Dio, ma essere quello che siamo, senza doppia o tripla morale. Nei grandi Maestri io vedo più intelligenza che spiritualità, ne percepisco il pensiero non l’’emozione, non il trasporto, non l’’enfasi di comunione col divino. Insomma, lo spirito è per i cattolici, non c’entra col mondo ebraico.

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