Il Piave mormorava… rabbini, medici, infermieri al fronte

di Ilaria Ester Ramazzotti

100 anni dalla fine della Grande Guerra – 1914 – 1918: la prima Guerra mondiale e gli ebrei

Avevano storie personali e famigliari differenti, varie provenienze territoriali e posizioni politiche contrastanti. Alcuni erano medici illustri, altre infermiere, altri ancora militari volontari o rabbini. Ma dopo l’emancipazione ottocentesca raggiunta dalla popolazione ebraica in Italia, ottenuta con lo Statuto Albertino, la partecipazione alla Prima Guerra mondiale rappresentava lo snodo più evidente dell’integrazione degli ebrei nella vita pubblica italiana. Nel Regno d’Italia, anche gli uomini di fede ebraica iniziarono infatti a prestare il servizio militare in nome del tricolore. Ancora di più, il conflitto stesso divenne “un potente strumento d’integrazione”, come scrive lo storico Riccardo Calimani.

E se negli eserciti europei del 1914 gli ebrei furono introdotti solo come soldati, subendo restrizioni e discriminazioni come ufficiali, in Italia ebbero invece campo libero e carriere aperte. Al contempo, sul fronte bellico, anche i medici ebrei poterono apportare e applicare innovazioni scientifiche negli ambiti della chirurgia e delle patologie più diffuse fra i combattenti, come quelle legate al congelamento, alle ferite, allo stress post-traumatico, alle malattie infettive e al contatto con il gas nervino. Praticarono vaccinazioni di massa e misero a punto apparecchi portatili a raggi X, potendo contare su paramedici, infermiere e crocerossine, donne capaci e protagoniste della vita quotidiana e dei grandi eventi di quegli anni drammatici e cruciali.
Sono tante le storie raccontate nel libro L’apporto degli ebrei all’assistenza sanitaria sul fronte della Grande Guerra, edito da Silvio Zamorani Editore, che riporta gli atti dell’omonimo convegno svoltosi a Trieste nel 2016, a cura di AME, Associazione Medica Ebraica. Il volume, curato da Rosanna Supino e Daniela Roccas, raccoglie i contributi di Pierluigi Briganti, Rita Corsa, Giovanni Cecini, Maddalena Del Bianco, Andrea Finzi, Valerio Marchi, Pierpaolo Martucci, Matteo Perissinotto, Daniela Roccas, Rosanna Supino e Mauro Tabor. Un mosaico di esperienze personali, situazioni complesse, specchio di storie famigliari e nazionali che si sviluppano e si incrociano nei bivi della storia italiana.

Nella zona di Trieste, ma non solo, molti ebrei assunsero posizioni differenti rispetto alla guerra del 1914 – 1918. Alcune furono di stampo fortemente patriottico e legate all’Irredentismo, altre più distaccate e critiche nei confronti di una guerra che appariva loro come “fratricida”. Lungo il confine austro-ungarico, alcuni ebrei sudditi dell’impero vissero altresì forti conflitti identitari e di appartenenza. In Italia e in Europa, alcuni altri professavano idee più sovranazionali, da un lato più pacifiste, dall’altro più legate all’identità ebraica diasporica. Senza dimenticare chi in primis sosteneva ideologie più sioniste. Un mosaico a volte complesso, che il volume illustra riportando documenti storici, anche iconografici, con numerosi contributi e dati raccolti non senza difficoltà di ricerca documentale.
Sono numerosi e approfonditi gli studi riportati dal libro sugli ebrei della Penisola che, con vivo patriottismo italiano e forte integrazione nella società civile, combatterono e parteciparono al conflitto o alla vita sul fronte bellico. In divisa e in camice bianco, o in qualità di rabbini a cui fu attribuito lo stesso grado dei cappellani militari cattolici, ognuno secondo le proprie competenze e attribuzioni, servirono la Patria per una guerra a cui furono chiamati a partecipare. Arruolati e congedati, in alcuni casi premiati, furono italiani a pieno titolo. E tali restarono per un ventennio, fino alla successiva drammatica svolta: la promulgazione delle Leggi razziali nel 1938.

Tra i tanti i casi, quello di Edoardo Weiss, psichiatra al fronte i cui studi e diagnosi sulle psicopatologie belliche si ritrovano nelle cartelle cliniche dell’allora manicomio di Trieste, e quello del triestino Alessandro Lustig, diventato colonnello durante la guerra dopo essersi arruolato volontario insieme al suo allievo Giuseppe Levi. Quest’ultimo, in particolare, sarebbe poi diventato maestro dei tre premi Nobel Rita Levi Montalcini, Renato Dulbecco e Salvador Luria. Non ultime, ricordiamo le crocerossine friulane Adele e Fanny Luzzatto, quest’ultima insignita della medaglia di bronzo al valore militare come infermiera volontaria del comitato di Udine della Croce Rossa Italiana, per la sua attività presso l’ospedale militare di Cormons, dove “compiva la sua nobile attività anche durante gli attacchi dell’artiglieria nemica”.

L’apporto degli ebrei alla assistenza sanitaria sul fronte della Grande Guerra, Silvio Zamorani Editore, pp. 191, euro 28,00

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