La conferenza sulle leggi razziali a Bookcity

Bookcity: le leggi razziali del 1938 tra indifferenza e minimizzazione nella società italiana

Eventi

di Paolo Castellano
Il 15 novembre, presso la Biblioteca di Storia dell’Università degli Studi di Milano, si è svolto l’evento 80 anni dalle Leggi Razziali, durante il quale sono stati presentati i libri 1968. Un anno spartiacque (Il Mulino), Sotto gli occhi di tutti. La società italiana e le persecuzioni contro gli ebrei (Le Monnier) e Totalitarisme fasciste (Cnrs edizioni). Alla presentazione letteraria, organizzata in occasione della kermesse culturale Bookcity Milano e moderata da Silvia Salvatici, sono intervenuti gli autori dei titoli sopracitati Marcello Flores, Marie-Anne Matard-Bonucci e Valeria Galimi.

Flores: “Gli italiani non furono brava gente”

Cosa rimane del fascismo nella memoria collettiva? L’Italia ha davvero fatto i conti con la violenza fascista che nel 1938 si scagliò contro gli ebrei? Non si può negare che il fascismo diventò, prima della Seconda Guerra mondiale, un vero e proprio modello europeo. Flores ha sostenuto che Hitler e Carl Schmitt ebbero Mussolini come punto di riferimento. «Assistiamo a una minimizzazione del totalitarismo. Dobbiamo ricordare che al centro del fascismo c’era la violenza», ha sottolineato lo storico. Come anticipato da Marinetti e Sorel, in quell’epoca si verificò un’estetizzazione e statalizzazione della brutalità della forza fisica. Poi il regime littorio agì sulla cultura e sulla società, plasmando un nuovo linguaggio orientato al concetto di italianità.

Flores ha inoltre parlato della questione razziale e antisemita nel regime di Mussolini, criticando Hannah Arendt: «La Arendt, ma anche lo stesso Yad Vashem, condividono lo stereotipo del buon italiano degli anni ‘30. Non fu così. Il fascismo intraprese il progetto dell’uomo nuovo fascista – con obiettivi diversi rispetto al nazismo – che culminò nel 1938 con le Leggi Razziali».

«Molti sostengono che le Leggi Razziali provocarono la rottura del consenso che gli italiani avevano dato al regime fascista. Questa tesi può essere smentita da un documentario che racconta il viaggio di Mussolini a Trieste, dove il 18 settembre 1938 egli parlò per la prima volta di antisemitismo, in quella che oggi si chiama piazza dell’Unità. In quel luogo si erano riunite 150mila persone – su un totale di 250mila residenti triestini – che si esaltarono all’annuncio delle norme antisemite», ha ricordato Flores, aggiungendo che il viaggio di Mussolini a Trieste fu pagato dalle Generali, che al tempo erano gestite da un imprenditore ebreo.

Lo storico ha poi detto che parte della Comunità ebraica andò inizialmente incontro al neonato fascismo per evitare le derive razziste, che tuttavia arrivarono nel 1938. Flores ha infine criticato le modalità con cui si celebra in Italia la giornata dedicata alla Memoria delle vittime della Shoah: «In quella occasione, il riferimento al fascismo rimane sullo sfondo. Non vengono a galla le responsabilità fasciste della deportazione degli ebrei nei campi di concentramento».

Matard-Bonucci: la dédiabolisation del regime fascista

C’è dunque la necessità di ripercorrere la storia dell’Italia fascista per mettere a nudo le ipocrisie che oggi aleggiano nell’opinione pubblica. Anne-Marie Matard-Bonucci ha creato il termine di “dédiabolisation” del regime littorio per sottolineare la presa di distanza e omissione della violenza dei seguaci di Mussolini. «C’è il mito del bravo italiano che minimizza la violenza del fascismo. Questo è pericoloso quando nella politica di oggi ci sono alcuni rappresentanti di governo, penso a Salvini e Di Maio, che bollano il fascismo come qualcosa del passato che non tornerà mai più», ha dichiarato la Matard-Bonucci.

La storica francese ha dunque criticato gli intellettuali, come Hannah Arendt, che hanno contribuito a diffondere la narrazione del “buon italiano”. L’antisemitismo italiano non è perciò una tendenza importata da altri Paesi, ma una decisione indipendente e strumentale per saldare il rapporto tra massa e dittatore negli anni ‘30. «I regimi hanno bisogno di movimento per stare in piedi. Pensiamo a un ciclista: se smette di pedalare frana a terra. Così è successo al fascismo. Mussolini ha promulgato le Leggi Razziali per corroborare il proprio consenso, spostando l’attenzione degli italiani verso la minaccia di un comune nemico: l’ebreo», ha precisato Matard-Bonucci.

Anche Valeria Galimi ha insistito sulla violenza delle leggi razziali. Un elemento che bisogna approfondire con un’attenta indagine storica non solo durante gli anniversari.

 

@castelpao

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