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Cari lettori,
all’indomani della visita di Silvio Berlusconi in Israele, un mese fa, ci è parso giusto oggi interrogarci su quale sia lo sguardo che gli israeliani gettano sull’Italia e gli italiani e viceversa. Renato Coen, inviato di SkyTG24, e Marco Paganoni, analista politico, raccontano i media di questi due Paesi allo specchio sottotolineando come ancora una volta, malgrado i passi avanti, siano presenti troppi stereotipi: quelli dell’italiano simpatico e piacione da una parte, e quello dell’ebreo complottista dall’altra.
Sempre in fatto di clichè, in questo numero troverete un interessante sondaggio promosso dal Bené Berith su Il diverso da sé, giudizi e pregiudizi dei ragazzi della Scuola ebraica in fatto di stranieri, diversi, immigrati. Un quadro simile a quello emerso nell’analogo sondaggio fatto sugli studenti italiani. Risultato: poca accoglienza, zero ascolto, quasi nessun sentimento di compassione o comprensione verso i diversi. Eppure per l’ebraismo, da sempre, lo straniero, il gher, è sacro, la condizione di precarietà e insicurezza, inscindibile dal destino ebraico. Come ha fatto notare rav Alfonso Arbib durante la serata di presentazione del sondaggio, l’ebraismo insegna l’insicurezza, la precarietà, il non dare per acquisito nulla. Arbib riallaccia il tema dello straniero a Pesach e cita un grande maestro, Shimshon Rafael Hirsch: come educare l’Egitto ad accettare e rispettare lo straniero? Rendendolo insicuro. Come? Con le piaghe. Ed ecco il sangue: dove? Nel Nilo, la fonte del potere e della sicurezza. Viene colpito il fiume-simbolo della forza dell’Egitto. Perché solo l’instabilità, l’incertezza ci inducono a cambiare, a crescere, a diventare persone migliori. Come insegna Pesach.
Fiona Diwan
In Copertina: Silvio Berlusconi a Yad Vashem, durante la visita in Israele, a gennaio
Foto: Abir Sultan /Flash 90
Marzo 2010
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