n° 4 - Aprile 2015

Perché Bibi ha vinto di nuovo

2015
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n° 4 – Aprile 2015
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Caro lettore, cara lettrice,
forse mai, nella recente storia di Israele, ci sono state elezioni che hanno segnato così fortemente la disfatta dei perdenti e la vittoria dei trionfatori, come è accaduto con il voto appena avvenuto. Colpisce notare come mai, prima d’ora, c’è stato un supporto così totale da parte dei media, una claque così unanime di tv e giornali israeliani, europei e americani, per una sola parte politica, quella del partito new labour di Herzog e Livni. E mai un generale plauso si è trasformato in un effetto boomerang così violento.

All’indomani del voto, colpisce sentire lo sbigottimento, lo choc, di chi, sicuro della vittoria dei labouristi, è stato travolto dalla loro sconfitta. Stiamo parlando di quasi mezza Israele, in particolare di quella che vive a Tel Aviv, e che si chiede come sia potuto accadere. Non a caso, sondaggisti e politologi (forse gli stessi che hanno preso quel colossale granchio), cercano ora di fornire qualche risposta. Se la coalizione perdente, dicono, volesse capire il perché della sua disfatta, – invece di accusare Netanyahu di machiavellismo, o di essere un diabolico pifferaio magico dotato di mostruosa abilità retorica -, dovrebbe interrogarsi sul proprio post-sionismo WASP (White Ashkenazi Supporters of Peace) che ha preso troppi abbagli: ha fatto di Obama un maestro in fatto di politica mediorientale (e mai finora ci fu Presidente Usa che si è tanto immischiato della vita politica di Israele), si è rifiutata di credere che quella dell’Iran fosse una paura totale e reale per la gente, e che «la pace non è esattamente un articolo da scaffale di supermarket per il quale basta allungare la mano per prenderlo» (un’unghiata di Amos Oz agli amici della gauche-colombe). E dovrebbe rottamare una volta per tutte l’ideologia post modernista basata sulla triade Immagine-Comunicazione-Marketing come sola cosa utile e su cui il labour aveva puntato la propria campagna elettorale.

«Occorre un nuovo contratto sociale che spezzi il “chiasmo” inter-tribale che sta paralizzando la società israeliana», scrive il columnist israeliano Ari Shavit sul sito Politicomagazine. «Il centro sinistra israeliano ha il dovere di ridefinire se stesso, nello stesso modo in cui il Partito Democratico Usa ridefinì se stesso con Bill Clinton e il Labour inglese con Tony Blair. Occorre una nuova e pragmatica idea di pace che sappia cogliere le fondate paure della maggioranza degli israeliani. Solo un’attitudine liberal democratica davvero inclusiva, tollerante e realistica può liberare Israele dalla morsa di ferro dell’ultra nazionalismo». Perché, in definitiva, le elite liberal di Tel Aviv, i WASP israeliani, snobbando per l’ennesima volta tradizioni, usi, stili di vita di chi non è come loro (sefarditi, la galassia religiosa… che hanno dato il voto a Bibi), ignorando l’implacabile forza del reale, non hanno capito che non basta demonizzare il nemico per abbatterlo. Il rischio è l’effetto boomerang, come è appunto accaduto in Israele. E come accade sempre, in ogni compagine politica, grande o piccola che sia.

Fiona Diwan