Sul bombardamento indiscriminato di Raqqa, in Siria, i media tacciono. Perché? Semplice, non lo ha fatto Israele

Taccuino

di Paolo Salom

[voci dal lontano occidente]

Trentamila bombe hanno devastato la città. Migliaia di civili sono rimasti uccisi nel più distruttivo attacco mai subito, il tutto per scacciare i terroristi che ne avevano fatto una delle roccaforti del loro regime. Operazione conclusa con successo. Forse parliamo di Gaza? No: questa è la sorte capitata a Raqqa, “capitale” dello Stato Islamico in Siria, nel 2017. A compiere l’azione i caccia di Usa, Gran Bretagna e Francia. Forse vi ricordate qualche articolo di denuncia, magari di una delle tante organizzazioni umanitarie che vomitano sentenze ogniqualvolta Israele risponde a un attentato da parte dei suoi nemici? Secondo Tom Gross, giornalista britannico considerato uno dei massimi esperti sul Medio Oriente, la distruzione di Raqqa è forse il più grande bombardamento occidentale dalla fine della guerra del Vietnam. Soltanto che nessuno ne ha mai sentito parlare. O meglio, lo ha letto nei trafiletti dove è stato raccontato con quelle parole neutre che vengono selettivamente evitate se il protagonista dell’azione è lo Stato ebraico.

Nota Tom Gross: «Ho sollecitato una reazione per settimane, finalmente Amnesty International, nel giugno 2018, ha emesso un comunicato dove si ipotizza un bombardamento indiscriminato e possibili crimini di guerra a Raqqa». Peccato che nessuno tra i maggiori media internazionali abbia divulgato nei propri notiziari la denuncia, per quanto tardiva.
Ora, se facciamo un paragone con quanto riportato, in tutto il mondo, a proposito degli scontri lungo il confine tra Israele e Gaza nelle scorse settimane, beh, francamente si resta senza parole: tra lo stupefatto, l’indignato e l’incredulo.

Però il nostro lavoro è raccontare come il lontano Occidente vede Israele. Dunque eccoci qui. Compito ingrato? Forse. Ma non ci stancheremo mai di denunciare la suprema ipocrisia che sta dietro i giudizi sulla politica di Gerusalemme, qualunque governo sia al potere. Come spiegare altrimenti le parole del presidente francese Emmanuel Macron rivolte a Netanyahu, nel corso della visita di quest’ultimo a Parigi («Lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme è la causa delle tante vittime a Gaza»). Davvero? Ma Hamas non aveva promosso la “marcia del ritorno” (a tutta la “Palestina storica”, cioè l’intera Israele, fregandosene bellamente di riferirsi alla sede diplomatica)? E quanti hanno sentenziato, giorno dopo giorno, che gli israeliani avrebbero dovuto fermare i “manifestanti pacifici” con metodi meno letali? Davvero? Quali? A chi osava fare questa domanda, l’interlocutore, ovviamente indignato, rispondeva: «I soldati non dovevano sparare». Lo hanno scritto fior di commentatori, molti dei quali si considerano “amici” di Israele: «Uso eccessivo della forza». Salvo non sapere che dire sui metodi da utilizzare quando uomini armati di fucili, asce, bombe molotov si avvicinano, coperti da decine di migliaia di “civili”, alla recinzione, con l’intento di superarla e attaccare le comunità israeliane poco distanti dal confine. Bene, lo diciamo qui: Israele è uno Stato democratico e morale. Il suo esercito ha fatto di tutto per ridurre al minimo le vittime. Se può esserci una critica, ma lo diciamo stando nella tranquillità della (per ora) pacifica Europa, è questa: non aver reagito come qualunque altro Stato al mondo avrebbe fatto, in una identica situazione, dando al nemico una lezione esemplare.

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