L’uomo nuovo della politica israeliana: Avi Gabbay, leader del Labour, tra ideali e pragmatismo

Taccuino

di Paolo Salom

[voci dal lontano occidente]

Qui nel lontano Occidente pochi sanno chi sia Avi Gabbay. Strano: il nuovo (da un anno o poco più) leader del Labour israeliano – e dell’alleanza d’opposizione Unione Sionista – dovrebbe essere al centro di ogni discorso sul “processo di pace”. Celebrato come in passato sono state celebrate tutte le cosiddette “colombe” dello Stato ebraico. A dire il vero, forse anche i media israeliani lo trattano con cautela. Eppure Gabbay è senz’altro l’uomo nuovo della politica nel Paese. L’unico ad avere qualche chance – così dicono gli esperti – di battere Netanyahu alle prossime elezioni. In fin dei conti, c’è Avi dietro l’ennesimo trionfo, come sindaco di Tel Aviv, di Ron Huldai. E qui veniamo, probabilmente, alle ragioni per cui il leader laburista è poco nel cuore dei tuttologi del lontano Occidente e non solo. Avi Gabbay, che pure si definisce “socialdemocratico”, non è cresciuto nella sinistra israeliana. Ma in Kulanu, partito creato da fuoriusciti del Likud. E in rappresentanza di quella formazione ha fatto parte per un breve periodo del governo Netanyahu. È stata solo la nomina di Avigdor Liberman come ministro della Difesa a convincere il nostro che era venuto il momento di farsi da parte.
Poi, la svolta a sinistra, la partecipazione nel 2017 alle primarie del Labour, la vittoria, la nuova vita politica. Non priva di ombre, ovviamente, come è ormai la normalità in questa nostra contemporaneità dominata da social media, dove un tweet o un post su Facebook sono in grado di lanciare (o stroncare) una carriera. Così il nostro Avi, nella fretta di commentare episodi poco nobili della politica interna israeliana (permettetemi di tralasciarli) è riuscito ad attirarsi le critiche di molti avversari (soprattutto all’interno della sua formazione): “Troppo a destra”, “troppo incerto”, “troppo a sinistra”.
Dunque: perché Gabbay, che comunque ha un curriculum di tutto rispetto (è stato ufficiale nell’intelligence di Tsahal e, poi, prima di entrare in Bezeq, si è laureato in Economia e quindi ha ottenuto un Master all’Università Ebraica), non fa notizia nel nostro lontano Occidente?
Forse perché ha capito che per vincere, la sinistra, deve fare una politica “di destra”, almeno per quanto concerne la questione arabo-palestinese? Per uno slogan (“la sinistra ha dimenticato cosa significhi essere ebrei”) partorito originariamente da Bibi Netanyahu? Probabilmente un po’ di tutto questo: Gabbay ha 51 anni, è abbastanza maturo e conscio che le questioni strategiche nazionali non si risolvono soltanto con le buone intenzioni, o con generosi gesti unilaterali. Per quanto Israele sia in una posizione apparente di forza – sia militare sia economica e anche, parzialmente, diplomatica – resta sempre un piccolo Paese al centro di una regione ostile, stravolta da rivoluzioni, colpi di Stato, guerre etniche e genocidi. Garantire un futuro ai figli di Israele (senza dimenticare chi vive nella Diaspora) presuppone, qualunque sia la posizione del lontano Occidente, avere ben presente che non si può sfuggire alla realtà dei fatti. Nemmeno a sinistra.

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