Zabolon Simantov, l'ultimo ebreo di Kabul

L’ultimo ebreo di Kabul

di Marina Gersony
È una storia da romanzo quella di Zabolon Simantov (o Zebolun/Zabolon Simentov), l’ultimo ebreo afgano che da anni combatte per mantenere la sua casa, l’unica sinagoga del Paese. Per secoli la comunità ebraica in Afghanistan, che si stima raggiungesse i 40mila abitanti, riempiva le numerose sinagoghe ogni Shabbat. Con il passare del tempo, la comunità si è ridotta gradualmente a 10mila, cento, dieci, due e infine a un solo ebreo…

Un articolo pubblicato in questi giorni sul The Times of Israel, riprende e ripercorre questa vicenda sorprendente e in parte triste anche se in realtà la notizia non è affatto nuova. Già nel lontano 2009 il Corriere della Sera aveva raccontato le traversie di quest’uomo ostinato che continua a far parlare di sé tanto da diventare una vera e propria leggenda: ci sono sue testimonianze in varie interviste, video ed esiste una pagina su Wikipedia con la sua storia.

Non solo: nel 2005, la scrittrice francese Amanda Sthers, aveva pubblicato il romanzo Chicken Street, tradotto in seguito in Italia con il titolo Gli ultimi due ebrei di Kabul (Ponte alle Grazie, 2006), dove si narra la storia degli unici due ebrei a Kabul che pare esistessero davvero. Se uno dei due fosse Simantov non è dato a sapersi ma l’allusione alla sua persona è più che esplicita nonostante tutto il resto nel romanzo appartenga alla finzione. Nel libro della Sthers, i due ebrei Alfred e Simon sono uno scrittore e un ciabattino che si odiano cordialmente «con tanto amore», in un mondo devastato dai conflitti e dove i due protagonisti mettono a nudo i loro sentimenti e i bisogni fondamentali dell’essere umano.

Per tornare a Simantov quello vero, è nato a Herat si presume nel 1959. La sua casa-sinagoga si trova in una via del centro, la cosiddetta Flowers Street, come scriveva Lorenzo Cremonesi nel suo articolo L’ultimo ebreo di Kabul: whisky, Torà e ricordi: «Un edificio fatiscente, il cortile invaso da macerie, i muri percorsi da crepe profonde, le finestre rotte. La sinagoga sta al secondo piano e nella stanzetta sul ballatoio vive Simentov. “L’ultimo ebreo di Kabul”, lo definiscono i giornalisti locali e stranieri che occasionalmente vengono a trovarlo».  Cos’ spesso, diversi stranieri ebrei visitano la sua casa in occasione delle maggiori festività.

Ed ecco come il Times of Israel riporta questa storia che riassumiamo con l’aggiunta di alcune fonti sopra citate:

Dal 2005 Zabolon Simantov ha vissuto da solo nell’unica sinagoga di Kabul. In questa regione instabile, si tratta dell’ultimo guardiano di una comunità ebraica in passato fiorente, vecchia di 1500 anni.

Ogni venerdì, Zabolon Simantov si fa doccia e barba per Shabbat, mentre 30 milioni di musulmani afghani iniziano la loro settimana lavorativa. Simantov chiude bottega per l’occasione e si veste tutto punto per le preghiere mattutine. Sostiene di voler rimanere in Afghanistan per salvare l’ultima casa di culto e mantenere viva la comunità ebraica locale: «Rimango per occuparmi della sinagoga – racconta –. Se non fossi rimasto lì, la terra sarebbe già stata venduta». Secondo lui, un cimitero ebraico nella provincia di Kabul era già stato distrutto così come la terra era stata venduta dal figlio del potente signore della guerra e leader religioso Abdurrab Rasul Sayyaf.

La sinagoga si trova proprio nel centro di Kabul, dove i prezzi degli immobili sono tra i più alti della città. Per cercare di nascondere il fatto che la sinagoga è quasi vuota in un quartiere così ricercato – ma anche per guadagnarsi da vivere –, Simantov ha trasformato il locale in un ristorante chiamato Balkh Bastan o Ancient Balkh.  Inoltre mantiene anche il vicino cimitero in quanto ultimo membro di una ex fiorente comunità.

Zabolon Simantov all’ingresso della sinagoga a Kabul

Una storia ebraica vecchia di 1.500 anni

The Times of Israel riporta le parole di Davood Moradian, un politico che ha lavorato sotto la presidenza di Hamid Karzai e dirige l’Istituto afghano per gli studi strategici. Si tratta di uno dei rari esperti della comunità ebraica in Afghanistan. «Due comunità separate vivevano in Afghanistan – ha spiegato il professore –. Ce n’era una originaria dell’Afghanistan e una più recente proveniente dall’Asia centrale, costretta ad emigrare a causa di una situazione sempre più deteriorata sotto il dominio sovietico». Il professore ha raccontato al quotidiano che gli ebrei nativi afgani erano principalmente concentrati nella città occidentale di Herat, un’antica metropoli che si pensa risalga al 500 a. C. La comunità, tuttavia, non era strettamente confinata in quella zona; gli ebrei abitavano in importanti città afgane come Kabul, Mazar-e-Sharif e Ghazni.

Nel 2013 i ricercatori hanno scoperto una raccolta di documenti risalenti al XI e al XIII secolo appartenenti a ebrei afghani. Si tratta di lettere, articoli relativi agli affari di famiglia e copie di testi religiosi e biblici trovati nelle grotte della provincia centrale di Bamyan.

Nel settembre 2016 la National Library of Israel ha reso pubblici 250 di questi testi afghani medievali scritti in diverse lingue, tra cui persiano, arabo, giudeo-persiano, giudeo-arabo ed ebraico. Le ricevute scritte tra ebrei e musulmani suggeriscono che i due gruppi vivevano armoniosamente insieme e facevano affari. La fondazione dello Stato di Israele nel 1948 attirò la maggior parte degli ebrei rimasti nel Paese e in seguito, negli anni ‘60, sempre più ebrei decisero di emigrare a New York o a Tel Aviv attratti dalle migliori prospettive economiche. Secondo il Professor Moradian, l’antisemitismo non fu il motivo dell’esodo di massa, poiché l’Afghanistan era l’unico paese musulmano che consentiva alle famiglie ebree di emigrare senza revoca di cittadinanza.

Decenni di guerra dividono una famiglia

Tra coloro che scelsero di emigrare c’erano i parenti di Simantov. Nato e cresciuto a Herat, si era trasferito a Kabul nel 1980, quando ormai pochi ebrei erano rimasti nel Paese. A un certo punto decise di recarsi in Turkmenistan per trovar moglie. Una volta sposato rientrò in Afghanistan dove constatò con amarezza che la situazione politica era peggiorata drasticamente con l’escalation della guerra sovietico-afgana.

Temendo per la sua sicurezza, l’uomo mandò sua moglie in Israele, dove la donna vive tutt’ora insieme alle due figlie non lontano da Tel Aviv. Nel frattempo la situazione in Afghanistan non era certo migliorata: nel 1996 i talebani salirono al potere dando il via al loro regime di breve durata. A quel punto gli unici due ebrei erano Simantov e un uomo più vecchio di nome Isaac Levy (o Ishaq Levin).

Ironia della sorte, Simantov e Levy non andavano affatto d’accordo. Divennero acerrimi nemici e si denunciarono senza sosta l’un l’altro alle oppressive autorità talebane. Ciò comportò, oltre alla detenzione con tanto di percosse e tortura per entrambi, anche la confisca e la vendita dell’unico rotolo della Torah in Afghanistan. Pe non parlare dei ripetuti tentativi da parte delle autorità per cercare di convertirli all’Islam.

All’epoca della morte di Levy all’età di 80 anni circa nel 2005, la coalizione degli Stati Uniti aveva rovesciato il regime dei talebani. Anche allora Simantov non ebbe parole benevole nei confronti del suo ex rivale. «Era vecchio, era una persona cattiva, voleva vendere la sinagoga».

Tuttavia, con la morte di Levy, Simantov rimase completamente solo. «Sono andato in Israele una volta per due mesi nel 1998 – ha ricordato –. In seguito ero solito parlare al telefono con le mie figlie, ora mia moglie non mi lascia più parlare con loro».

Di fatto, essere soli e con pochi alleati non è certo l’ideale in un’area così instabile. La casa-sinagoga di Simantov è l’ultima traccia della vita ebraica in Afghanistan è per questo vulnerabile nel caso qualche gruppo estremista decidesse di prenderla di mira. Ma lui, che si definisce un leone, non teme le minacce o eventuali attacchi: «Esco a malapena in strada. La morte è vicina».

La maggior parte del tempo Simantov rimane al secondo piano del complesso fatiscente che ha parzialmente rinnovato per cercare di incrementare le entrate del ristorante. (Pare che nel novembre 2013 abbia annunciato di chiuderlo a causa di un calo degli affari dopo la riduzione delle forze Nato). Per aumentare i suoi introiti, commercia anche in gioielli, un business ereditato dal padre.

In una delle varie interviste, Simantov ha raccontato che non è per niente facile praticare la religione ebraica da solo. Tuttavia, essendo determinato a seguire i precetti, è riuscito a ottenere un permesso speciale dal rabbino più vicino, a Tashkent, in Uzbekistan, per poter macellare la carne in conformità con le leggi dietetiche kosher, rituale eseguito normalmente ed esclusivamente da un schochet. Qualcuno gli ha chiesto se un giorno sarebbe emigrato in Israele e lui ha replicato: «Vai in Israele? Che affari ho lì? Perché dovrei andarmene?». In un’altra intervista-video ad Al Jazeera, ha dichiarato che potrebbe essere interessato a trasferirsi un giorno in Israele per unirsi alle sue due figlie anche se per lui rimanere e mantenere vivo l’ebraismo in un Pese senza più ebrei è fondamentale.

No, non deve essere per niente facile essere l’ultimo ebreo di Kabul.

 

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