Amos Oz

In morte di Amos Oz

di Claudio Vercelli
All’improvviso, nel momento stesso in cui la notizia della sua morte si andava velocemente diffondendo un po’ ovunque, è divenuto come una sorta di vicino di casa. Una di quelle persone riservate ma con le quali si scopre di avere condiviso qualcosa di più di un qualche occasionale incontro. Qui in Italia, paese al quale aveva fatto visita molte volte, provando per esso, al pari di molti suoi connazionali, una sorta di affinità elettiva molto intima, diverse persone hanno peraltro avuto modo di conoscerlo ed apprezzarlo. La scomparsa di Amos Oz, quindi, ha raccolto un’ampia eco, non solo nel mondo dell’informazione, nella società letteraria, tra i lettori onnivori, in altre parole tra gli “addetti ai lavori”.

Un canale espressivo trasversale

Poiché le sue numerose apparizioni ai festival della Penisola, ma anche la grandissima risonanza della sua opera di letterato, autentico amanuense dei sentimenti del tempo corrente, ha avuto una ricaduta che va al di là della sua stessa persona e che, in tutta probabilità, perdurerà nel corso del tempo, rafforzandosi ancora con gli anni a venire. Il punto da cui incamminarsi per formulare un primo bilancio del lascito di Oz – quindi –  è il riconoscere che lui, al pari di altri autori non meno noti (così come di certuni un po’ meno frequentati, a partire da Yoram Kaniuk), è riuscito nell’impegno di creare un canone espressivo trasversale. La letteratura israeliana, infatti, parte dal particolare e dallo specifico dell’esperienza nazionale per rivolgersi ad un pubblico ben più ampio, di cui riesce a catturare, descrivere, dare corpo (nonché a restituirgli con lingua di senso compiuto), sentimenti, pensieri, timori così come desideri e speranze. La letteratura israeliana è infatti universale poiché, attraverso il filtro e lo specchio del divenire dei cittadini d’Israele, riproduce il bisogno di dare voce, parola, quindi forma e sostanza, ad un comune sentire, fortemente legato alla narrazione del senso dei tempi che stiamo vivendo. Qualcosa che va quindi ben al di là dei confini del Paese di cui rimane comunque espressione integrale.

Un’ebraicità moderna

Di Amos Oz, nella girandola di commenti che, in qualche caso, hanno sfiorato i coccodrilleschi panegirici, si è già detto e letto molto. Anche in questo caso per una ragione specifica, legata al fatto che a lui ci si è rivolti come si fa ad una persona che ha un grande carisma morale. Al netto della indiscutibile qualità espressiva, della talentosità nella scrittura, dello spessore delle narrazioni, ha infatti esercitato un magistero fondamentale, legato alla capacità di trasformare le parole in emozioni (e viceversa). Gli ha fatto da cornice un’ebraicità completamente innervata nella modernità e, proprio per questo, pressata dalla domanda di identità. La quale, quando non si cristallizza in atteggiamenti e convinzioni insindacabili, è come un fiume in piena, destinata a modellare il paesaggio che attraversa.

Una coscienza non solo critica, ma etica

Di Oz si è scritto, al limite della banalità, che sarebbe stato la «coscienza critica» di Israele. Chi conosce i suoi libri, come ciò che in essi è raccontato con sguardo ispirato ad una sorta di realismo magico, dove l’incontro con la realtà è mediato dal bisogno di interpretarla facendo ricorso al linguaggio della risonanza emotiva, sa bene che un’espressione di tale genere è tanto accattivante quanto fuorviante. Il suo dissenso su certe scelte dei governi sono troppo note per essere rimarcate. Meno compreso è invece il fatto che il suo è stato un dare voce alla dialettica tra posizioni diverse, ben presenti e radicate nella società israeliana. Dove peraltro non c’è scelta che non venga sottoposta a letture immediatamente critiche. Semmai il fondamento della concezione politica di Oz riposa sulla necessità di continuare a fornire ragioni etiche all’azione politica. Anche per questo motivo ha sempre voluto ricordare quale sia lo status delle minoranze, una condizione pressoché permanente per l’ebraismo al di fuori di Israele. Di una tale consapevolezza, ha quindi costantemente investito i suoi connazionali.

Non a caso, peraltro, la sua opera meglio si comprende se la si inserisce non solo nella realtà israeliana dal 1948 in poi ma nelle infinite connessioni con il mondo diasporico, laddove scambi, spesso conflittuali, ma anche e soprattutto arricchimenti e ibridazioni costituiscono una dinamica permanente così come obbligata. Del pari, il discorso improprio sul suo essere un «pacifista» semmai indica non l’adesione preventiva e definitiva ad un’ideologia specifica bensì la ricerca di una negoziazione pacifica nei tanti conflitti aperti. Non solo con la comunità palestinese ma anche all’interno della società israeliana. Infatti, pur essendo stato uno dei sostenitori di Peace Now, ed avendo fortemente sostenuto il processo negoziale degli anni Novanta, ha sempre scelto in maniera fortemente selettiva chi e cosa appoggiare.

Il pragmatismo gli era connaturato, al pari di una fortissima vocazione a quel patriottismo costituzionale, ossia il rispetto delle comuni regole democratiche, senza il quale il fondamento etico d’Israele gli pareva destinato ad essere messo in discussione. I temi affrontati soprattutto con i suoi ultimi libri, a partire da quello dei rapporti tra lealtà e tradimento e tra integrità morale e tradizione, rimandano a questo retroterra profondo. Lo sforzo costante dell’autore è stato quindi quello di rendere il caleidoscopico pluralismo di una società in evoluzione, identificando nella mediazione politica ed istituzionale il baricentro del suo sviluppo.

I fatti che lo segnarono

La formazione civile e morale di Oz, d’altro canto, è segnata da due fattori che hanno poi esercitato su di lui una forte incidenza. Il primo di essi è il rapporto con i genitori. La madre, suicidatasi quando il figlio era ancora nell’età della prima adolescenza, si manifesta come una nutrice inquietante, tanto assiduamente presente nei pensieri quanto assente nei fatti. Il padre, figura autorevole e al medesimo tempo austera del grande nucleo del sionismo cosiddetto “revisionista”, quest’ultimo uscito politicamente ridimensionato negli anni della formazione dello Stato ebraico, è una sorta di esiliato in patria, nei confronti del quale il figlio Amos esercita una rottura profonda.

Il secondo elemento è l’epoca concreta della formazione intellettuale e politica dello scrittore che, nato nel 1939, segue gli anni del consolidamento del giovane Stato, confrontandosi non con la generazione dei padri fondatori ma con quella immediatamente successiva. Si inquadrano dentro queste due fondamentali cornici d’esistenza sia la scelta di andare a vivere in un kibbutz, alla ricerca di un’autenticità che doveva essere l’ossatura dell’esperimento politico, culturale e sociale di Israele, che la sua lunga leva nell’esercito, negli anni in cui il Paese consolidava la sua collocazione geopolitica.

Oz il ‘sabra’

Amos Oz è sempre stato un autore sabra. Tale non solo perché nato a Gerusalemme, città dalla quale non si è mai del tutto allontanato, pur avendo poi scelto Tel Aviv e Haifa come città adottive, ma anche e soprattutto perché ha affrontato attraverso la sua scrittura i temi di un Israele in via di maturazione: il rapporto tra laicità, secolarizzazione e religiosità; il mutamento delle culture politiche, di cui attraverso i suoi libri ne ha raccontato le traiettorie; il conflitto tra l’austerità dei primi decenni e l’edonismo consumistico subentrato negli anni a noi più prossimi; la questione dell’essere cittadini di una società nazionale, sentendosi però parte, al medesimo tempo, di un flusso globale, che chiama in causa tutto il mondo; il rapporto tra identità e ibridazione, intese non come condizioni antitetiche ma parte di una comune trama dell’esistenza. Anche per via del confronto con questi poli dilemmatici, essendo egli da sempre legato alla sua originaria cultura politica di riferimento, quella socialdemocratica e laburista, ha spesso dato corpo al senso di spaesamento che una parte della sua generazione ha vissuto dinanzi ai mutamenti più recenti. Lo ha fatto senza abbandonarsi ad anacronistici rimpianti ma domandandosi quali fossero le risorse della rigenerazione, ben sapendo che la vita rimane un’incessante sfida al senso comune.

La sua scrittura ha raccolto tali inquietudini, le ha proiettate su un piano universale, letteralmente sconfinando. Un autore sabra che ha vissuto al medesimo tempo dentro una dimensione diasporica, quella offertagli dal prisma della sua irrequieta ebraicità.

(Foto Ansa)

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