Edith Bruck, sopravvissuta alla Shoah

Il 21 novembre a Roma consegnata la Laurea Honoris Causa a Edith Bruck

di Marina Gersony
Mercoledì 21 novembre p.v. alle ore 10.30, presso l’Aula Magna della Scuola di Lettere Filosofia Lingue a Roma, si terrà la Cerimonia di conferimento della Laurea Honoris Causa a Edith Bruck, in Informazione, Editoria e Giornalismo, e a Don Roberto Sardelli in Scienze Pedagogiche (Università degli Studi Roma Tre. Via Ostiense, 234. Roma).

(Programma dell’evento disponibile a questo link. Diretta streaming dell’evento disponibile a questo link.)

Il dovere di non dimenticare Auschwitz e la condanna a ricordare in ogni istante ciò che è accaduto assumendo lo scomodo ruolo di testimone: è questo il senso profondo che ha caratterizzato la vita densa, generosa e ricca di significato di Edith Bruck, una sopravvissuta ai Lager che ha combattuto  attraverso la  parola scritta e parlata il rischio oblio delle atrocità commesse dal nazismo nel cuore di un’apparente civilissima  Europa.

Il suo è il messaggio potente di chi vuole tenere viva la Memoria costruendo – passo dopo passo e verso dopo verso – , la consapevolezza e la coscienza critica soprattutto nelle nuove generazioni. («E quando avrà termine / questa missione? / Sono stanca della mia / presenza accusatrice, / il passato è un’arma / a doppio taglio / e mi sto dissanguando...»).

Chi è Edith Bruck

Nata a Tiszabercel, in Ungheria nel 1932, Edith Steinschreiber Bruck proviene da una famiglia ebrea numerosa e poverissima. La sua biografia narra di una bambina deportata nel 1944 insieme ai suoi cari nel ghetto del capoluogo e da lì ad Auschwitz, Dachau, Christianstadt e Bergen-Belsen, dove viene liberata dagli Alleati nel 1945 insieme alla sorella. Sarà un’esperienza sconvolgente che la segnerà per tutta la vita. Seguiranno anni di pellegrinaggi e ricerca di certezze: il ricongiungimento con alcuni parenti sopravvissuti, i matrimoni, i divorzi, i continui spostamenti da un Paese europeo all’altro dove fa la ballerina, l’assistente di sartoria, la modella, la cuoca e la direttrice di un salone di bellezza. Infine l’approdo definitivo in Italia, il Paese dove si stabilisce e ne adotta la lingua e dove conosce personaggi come Montale, Ungaretti, Luzi e Primo Levi. È quest’ultimo che la sollecita a ricordare la Shoah.

Una vita da romanzo quella di Edith Bruck, costellata di successi giornalistici e letterari. Indubbiamente fa parte di una generazione che nel decennio 1959-69 ha prodotto in Italia nuovi importanti memoriali della Shoah, prima della grande prolificazione di racconti successiva agli anni ‘90. Anche se, a onor del vero, la sua produzione letteraria va ben oltre la memoria concentrazionaria, spaziando a temi legati all’identità ebraica alla politica di Israele con uno sguardo all’attualità.

Scrittrice, regista e traduttrice, nel 1959 è uscito il suo primo libro Chi ti ama così, un’autobiografia che ha per tappe l’infanzia in riva al Tibisco e la Germania dei lager. Tra le sue opere ricordiamo il volume di racconti Andremo in città, da cui il marito Nelo Risi ha tratto l’omonimo film. È autrice di poesia e di romanzi come Le sacre nozze (1969), Lettera alla madre (1988), Nuda proprietà (1993), Quanta stella c’è nel cielo (2009), trasposto nel film di Roberto Faenza Anita B., e ancora Privato (2010); La donna dal cappotto verde (2012); Una rondine sul termosifone (2017); Versi vissuti. Poesie – 1975-1990 (2018).

Nella lunga carriera ha ricevuto inoltre diversi premi letterari ed è stata tradotta in più lingue. Tra l’altro, è traduttrice a sua volta, di Attila József e Miklós Radnóti e ha sceneggiato e diretto tre film e svolto attività teatrale, televisiva e giornalistica.

Ma è probabilmente il suo ruolo di testimone del tempo che riassume meglio di tutto l’impegno  di questa grande donna. Ha dichiarato in un’intervista recente: «un giorno era lungo una vita e tutto sembrava non finire mai. Finalmente fummo liberati il 15 aprile 1945 dai soldati americani; eravamo denutriti, mezzi morti, pesavo 25 chili. Tornai in Ungheria e fu uno shock: la mia casa era in condizioni disastrose e nel 1956 sono arrivata in Italia. Era un Paese povero allora, ma mi trovai subito bene, conobbi tante persone che nonostante la miseria del dopoguerra mi offrivano da mangiare e mi sorridevano. L’italiano mi divenne molto famigliare e scrivere in questa lingua mi aiutò molto a esprimere le mie sofferenze. In ungherese non avrei mai potuto, mi ricordava troppe cose spiacevoli ed era troppo personale. Arrivata in Italia sentivo il dovere di testimoniare e cominciai a fare il giro delle scuole e a parlarne coi ragazzi».

Segnaliamo infine il toccante documentario su Edith Bruck, Il tatuaggio dell’anima, realizzato dal regista Raphael Tobia Vogel e prodotto dalla Fondazione CDEC: una intensa testimonianza sulla sua esperienza di perseguitata e deportata che lei stessa ha raccontato durante una serata al Teatro Franco Parenti nel gennaio del 2017, insieme alla proiezione del documentario di Vogel e alla presentazione del libro Una rondine sul termosifone (La nave di Teseo).

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