Rav Sacks: «Serve un nuovo paradigma, per pensare noi stessi e il nostro mondo»

Mondo

di Ilaria Myr

Quali sfide per la galassia ebraica, in un’Europa che cambia? Serve un nuovo patto sociale, un pensiero divergente e pragmatico. Un nuovo modello di coesistenza, minacciato dal virus mutante dell’antisemitismo. A 70 anni dalla Shoah e dalla nascita dello Stato d’Israele, parla Jonathan Sacks, ex Rabbino Capo del Commonwealth

«Il più grande pericolo di ogni civiltà è quello di svegliarsi una mattina con attacchi di amnesia collettiva. Tutto inizia sempre in sordina per poi precipitare in tragedia. Mille anni di storia ebraica in Europa hanno aggiunto inquietanti parole al vocabolario umano: conversione forzata, inquisizione, espulsione, ghetto, pogrom, olocausto. Una volta che l’odio non viene controllato, la strada per il disastro è breve. My Lords, mi addolora parlare di antisemitismo, l’odio più longevo del mondo. Ma non si può più tacere». Sono parole amare quelle che Rabbi Lord Jonathan Sacks, rabbino capo del Regno Unito dal 1991 al 2013, ha rivolto il 13 settembre ai parlamentari inglesi riuniti nella House of Lords affrontando il tema dell’antisemitismo, che da questa estate è diventato un triste mantra nella politica inglese con l’esplosione del “caso Corbyn” e l’allarme lanciato dalle comunità ebraiche locali.

Un virus, che muta in ogni epoca
«Da sempre, la maggior parte degli antisemiti non si considera antisemita – ha continuato rav Sacks alla Camera dei deputati -. “Noi non odiamo gli ebrei”, hanno detto nel Medioevo, “odiamo solo la loro religione”. Dicevano nel XIX secolo: “Noi non odiamo gli ebrei, solo la loro razza”. Dicono oggi: “Noi non odiamo gli ebrei, solo il loro Stato nazionale”. Il risentimento antiebraico è difficile da sconfiggere perché, come un virus, muta e a prima vista non è subito riconoscibile. Prende nuove sembianze. Solo una cosa resta la stessa. L’oggetto: ovvero gli ebrei, come capro espiatorio universale di tutti i problemi che affliggono il mondo. Un tempo era la religione, ieri era la razza, oggi è lo Stato di Israele».
Il riferimento di Sacks al Labour Party, seppure implicito, è evidente: la politica di Corbyn e di molti dei suoi colleghi di partito palesemente filoaraba e antisraeliana ha rivelato l’esistenza di un pregiudizio antiebraico radicato, che fa sentire a disagio i compagni di partito ebrei e sotto minaccia tutto il mondo ebraico locale, preoccupando lo stesso Sacks, voce molto ascoltata nel mondo britannico, che per la prima volta, dopo l’estate, ha sentito la necessità di parlare ai suoi Lords. «L’antisemitismo, o qualsiasi odio, diventa pericoloso quando accadono tre cose – ha spiegato -. Primo: quando questo sentiment si sposta dai margini della politica e coinvolge un partito mainstream e la sua leadership. Secondo: quando questo partito vede che la sua popolarità presso il pubblico non viene danneggiata in tal modo. Tre: quando quelli che si alzano in piedi e protestano vengono denigrati e maltrattati per averlo fatto. Tutti e tre questi fattori esistono ora in Gran Bretagna. Non avrei mai pensato di vedere una cosa del genere nella mia vita. Ecco perché non posso rimanere in silenzio. Perché non sono solo gli ebrei ad essere a rischio. Lo è tutta la società occidentale».
Un vero e proprio grido di allarme quello del rabbino, che si chiede come oggi, a 70 anni dalla Shoah e dalla nascita dello Stato di Israele, in un mondo in cui gli ebrei sono liberi di esserlo, si possa ancora parlare di antisemitismo.

Un momento unico nella storia Eppure, secondo Rav Sacks, oggi più che mai gli ebrei sono chiamati a svolgere un ruolo centrale nella società occidentale. Urge un nuovo pensiero. E chi, se non un ebraismo dalle millenarie radici, può raccogliere il guanto di sfida di elaborare un nuovo paradigma capace di decodificare questa nostra multiforme e scivolosa contemporaneità? Non a caso, proprio al tema delle sfide del mondo ebraico nel XXI secolo, l’ex rabbino capo del Commonwealth ha dedicato recentemente un lungo speech- conferenza all’Università Bar Ilan di Tel Aviv, una delle università più apprezzate del Paese. Ai 70 anni dalla nascita di Israele, al “miracolo” nato nel deserto e conosciuto oggi come la start-up nation, punto di riferimento vivo e reale per gli ebrei di tutto il mondo, Sacks ha dedicato un pesiero laterale sollevando domande cruciali. «Quella in cui viviamo è un’epoca unica per il popolo ebraico – ha esordito -. Per la prima volta nella loro storia millenaria gli ebrei possiedono simultaneamente due cose: Sovranità e Indipendenza in uno Stato; e Libertà e Uguaglianza in Diaspora. È un contesto totalmente inedito che richiede un nuovo pensiero».

Gli “incidenti curiosi”
Un’analisi innervata di citazioni letterarie e storiche, quella di Sacks. Esistono tre aspetti critici nella contemporaneità ebraica, quelli che, da puro “british man” Rav Sacks chiama, citando Sherlock Holmes, curious incident, strani casi. Ecco il primo. «Il sionismo ha prodotto diverse forme di pensiero forte, utopistico e di ispirazione: da quello di carattere politico di Teodoro Herzl a quello più culturale di Ahad Ha’am, passando per David Ben Gurion e rav Kook. Ma ciò succedeva prima che nascesse lo Stato di Israele. Negli ultimi 70 anni, invece, qual è la nostra nuova visione della vita ebraica? In fondo, non viviamo forse nel miracolo di una realtà internazionale in cui siede anche lo Stato d’Israele? Ma manca tuttavia, ancora, un nuovo pensiero». Un altro aspetto critico per Sacks è la mancanza di un vero dialogo fra il mondo delle università – con il suo studio accademico, fatto di razionalità-, con il mondo delle yeshivot, ossia il mondo dello spirito, sia esso inteso come visione razionale, morale, giuridica e mistica. Un dialogo che invece una volta esisteva. «È come se in un cervello i due emisferi – emotivo e razionale-, non si parlassero, creando così una disfunzione della nostra personalità ebraica». Infine, secondo Sacks, il mondo intellettuale ebraico, composto anche da molti vincitori di prestigiosi Premi Nobel, è oggi molto lontano dalla propria identità ebraica e in alcuni casi perfino contrario e ostile, ad essa.
Tutte queste criticità, o “incidenti curiosi”, come li chiama Sacks, non dovrebbero tuttavia avere senso in un’epoca peculiare e unica come quella in cui viviamo, in cui per la prima volta gli ebrei godono di Sovranità e Indipendenza in Israele, e di Libertà nella Diaspora. «Per millenni gli ebrei hanno elaborato un pensiero ebraico originale, rinchiudendolo nello scrigno del loro mondo e della loro testa, nel cuore e nell’anima – sostiene il Rav -; ma con la nascita di Israele tutto è cambiato: per la prima volta possiamo cercare di elaborare un pensiero per il mondo là fuori, nel reshut harabim, ma con le nostre strutture di pensiero, con regole gnoseologiche, epistemologiche e di metodo proprie della nostra tradizione. E non più modellare il pensiero ebraico sul mondo là fuori, come è accaduto per millenni: con Filone di Alessandria ad esempio, che adattò il pensiero ebraico alla filosofia greca; con Maimonide che dialogò con il Kalam arabo e col pensiero di Aristotele, mutuando da loro le proprie categorie; o ancora, con i pensatori del XIX e XX secolo, come Itzchak Breur, Yeshayahu Leibovitz, Hermann Cohen e molti altri che si inserirono nel pensiero dominante, quello di Kant, Hegel, Heidegger, Husserl, mutuando da loro codici e universo concettuale di riferimento. Oggi, il pensiero ebraico diventa pragmatico come non lo è mai stato in 2000 anni. Non più ai margini, guardando gli altri fare la Storia: oggi siamo nell’arena della Storia, Anahnu bashetach».
È finito, secondo Sacks, il tempo in cui gli ebrei davano il proprio contributo seguendo le regole dettate da altri: dopo secoli di pensiero formu-lato sottovoce, per non dare troppo nell’occhio, oggi il mondo ebraico può esplicitare una propria “versione”, «possiamo smettere di essere Yaakov e diventare Israel». E tutto ciò è tanto più importante quanto più si aggrava la crisi del progetto illuministico della civiltà occidentale, che sta vacillando sotto le minacce e i colpi di altre ideologie e modelli.

Un nuovo pensiero sociale e politico
Ma in che modo un pensiero ebraico differente, etico e politico nello stesso tempo, può contribuire a modellare questa nuova società contemporanea? Con un pensiero divergente e non nichilista, che non si faccia sedurre da un loop distruttivo e dalle pulsioni generate da una cupio dissolvi generalizzata. «Indicando e insegnando che c’è sempre una via di uscita, una speranza – è convinto Rav Sacks -. Quando i primi pionieri, i chalutzim, arrivarono in Palestina a metà Ottocento, c’erano solo paludi e malaria. Ma come chiamarono uno dei primi insediamenti? “Petah Tikva”, la porta della speranza, citando il profeta Osea (“E trasformerò la valle di Acòr in una porta di speranza”, Os 2, 17). E poi che cos’è la nascita dello Stato di Israele se non la realizzazione massima di una speranza, dopo la tragedia della Shoah? In un mondo di fallimenti, estremismi e divisioni noi dobbiamo essere la voce della speranza».
Del resto, analizzando la Torà e la storia del pensiero ebraico, ci si rende conto dell’unicità di alcune visioni millenarie e della loro estrema modernità. Si pensi, ad esempio, all’approccio ebraico alla politica, che contempla la coesistenza di due sistemi, il “contratto sociale” e il “patto sociale”.
«Quando il popolo chiede al profeta Samuele di avere una monarchia, nonostante ciò voglia dire rinunciare a dei diritti, esso sta chiedendo un “contratto sociale” – spiega Sacks -. Ma prima ancora, Mosè e il popolo ebraico, alle pendici del Monte Sinai, avevano stretto un “patto” con D-o. Mentre nel contratto c’è uno scambio più o meno equo, basato sull’interesse, il patto è un accordo di rispetto reciproco, in cui si rinuncia a qualcosa per costruire qualcos’altro insieme». La vera unicità della visione politica ebraica, che non troviamo in nessun altro sistema e che affascina molto i non ebrei, è dunque basato sulla convivenza fra la Società – che si fonda sul patto sociale -, con la Politica, che invece è fondata sul contratto sociale. Ogni patto sociale deve essere riaggiornato, rivisto e rinnovato nel tempo. Ecco perché nello Stato di Israele urge che una nuova filosofia politica venga sviluppata.
«Certo, Israele oggi ha tante guerre da combattere, su molti fronti esterni. Ma in proposito, mi viene in mente la storia di due ragazzi che amavano la filosofia, due soldati ebrei al fronte, Franz Rosenzweig e Ludwig Wittgestein: durante la Prima Guerra mondiale, sotto le bombe, nei bunker e trincee, scrissero su delle cartoline quelle che diventarono poi delle opere fondamentali della filosofia contemporanea – il Tractatus logicus-philosophicus, il primo, La stella della redenzione, il secondo -: ecco come diventa chiaro che, anche nell’inferno, si può trovare la strada per il paradiso. E tracciare un nuovo paradigma. Prima occorre pensarlo e poi è possibile viverlo. Questo è il nostro compito oggi, nei confronti di D-o e del mondo».

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