Israele al voto, 9 aprile 2019: Netanyahu contro tutti. Un’analisi

Israele

di Aldo Baquis
Chiamati a votare il 9 aprile per definire nuovi equilibri fra i partiti della Knesset, gli israeliani si troveranno in realtà di fronte a un sondaggio: dovranno piuttosto decidere se confermare il leader del Likud Benyamin Netanyahu alla carica attuale di Primo ministro, Ministro delle difesa e degli esteri – nemmeno il mitico David Ben Gurion aveva osato assumere poteri talmente variegati – oppure scegliergli un successore.
L’Israele del 2019 è molto diverso da quello delle precedenti politiche del 2015, vinte anch’esse dal Likud. In questi ultimi anni l’esecutivo di Netanyahu ha infatti innestato una marcia ideologica in più, ingaggiando una lotta senza quartiere contro chi in Parlamento, nella stampa, nella cultura o nella magistratura abbia azzardato critiche nei suoi confronti. In parallelo, il Likud – un partito che ai tempi di Menahem Begin esprimeva un nazionalismo laico liberale, con vocazione populista – ha intanto cambiato fisionomia stringendo una alleanza di ferro con i partiti ortodossi e con i nazional-religiosi del movimento degli abitanti degli Insediamenti. Anche un movimento che si ispira all’ideologia xenofoba del rabbino Meir Kahane (il cui partito Kach fu messo fuori legge nel 1994) e’ ora un partner accettabile per lui. Nel Likud di oggi si sentono spaesati anche ex dirigenti come Reuven Rivlin (Capo dello Stato) e Benyamin Begin.

Netanyahu ha anticipato che, se uscirà vincente, confermerà la linea dell’esecutivo uscente. Recandosi alle urne gli israeliani non potranno ignorare una contraddizione di fondo. Da un lato i dati macroeconomici del Paese appaiono certamente invidiabili, con un tasso di crescita fra i più positivi nel mondo occidentale, con esportazioni record in diversi continenti, e con una disoccupazione ai minimi storici. Sono inoltre eclatanti i successi mondiali delle nuove tecnologie israeliane nel cyber e nel web, nelle comunicazioni, nella medicina, nel settore aerospaziale, nei sistemi di combattimento.
Ma dall’altro lato c’è la meno esaltante vita dell’israeliano medio. Di certo lo riempie di orgoglio il prossimo atterraggio sul Luna della navicella spaziale israeliana Bereshit, con dentro un Cd che contiene la Bibbia in ebraico. Ma sul pianeta Terra, nelle metropoli in cui l’israeliano medio in genere vive, lavora, mangia e si sposta imbattendosi in ingorghi sempre più esasperanti, le cose sono diverse e la vita quotidiana a volte può risultare una corsa ad ostacoli. Nei treni, nelle ore di punta, i passeggeri devono stringersi uno sull’altro perché c’è penuria di vagoni. Anche così non è detto che arrivino in tempo a destinazione perché i guasti (specie sulla linea in rodaggio Gerusalemme-Tel Aviv) sono frequenti.
Il servizio postale nazionale è andato miseramente a picco col diffondersi della moda degli acquisti online. Gli agricoltori – un tempo trionfale avanguardia pionieristica del sionismo socialista – denunciano di essere vicini al baratro, anche a causa di un ministro-“colono” invaghito più delle preghiere ebraiche sul Monte del Tempio che non della raccolta di zucchine ed asparagi.
Gli ospedali, che un tempo erano pure il fiore all’occhiello del Paese, sono già al collasso. Nelle periferie, i servizi medici sono latitanti. Quando una donna (sostenitrice del Likud) lo ha fatto notare a Netanyahu, questi le ha replicato che era “una persona fastidiosa’’. Parole che mai sarebbero uscite dalla bocca di Begin.

Una campagna elettorale strana
Questo genere di problemi ha un aspetto in comune: è la conseguenza della politica di un governo che ha destinato altrove le pur ingenti risorse del Paese (ad esempio, operando in maniera massiccia per l’annessione strisciante ad Israele di porzioni della Cisgiordania) e che il 9 aprile dovrebbe rendere conto delle scelte. Ma, con sollievo del Likud, la campagna elettorale ha imboccato una strada affatto diversa. Si è incentrata non sulle questioni di fondo (come il futuro dei rapporti con milioni di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, o l’integrazione nel mondo del lavoro della minoranza araba e di quella ortodossa che sarà determinante per l’economia del Paese nei prossimi decenni), bensì sulle personalità dei leader dei diversi partiti.

Benny Gantz

Sui giornali, nei programmi televisivi, sul web si sono viste dissertazioni approfondite sul “carattere quasi monarchico’’ che sarebbe tipico della famiglia Netanyahu, sulla “scarsa leadership’’ attribuita al laburista Avi Gabbai, sui “messaggi vuoti di contenuto’’ provenienti dal centrista Yair Lapid e sulle speranze che il Generale (riserva) Benny Gantz – leader del nuovo partito centrista Hosen L’Yisrael, Resilienza per Israele – possa sostituire Netanyahu alla carica di Premier. Di lui si sono letti resoconti di carattere quasi erotico: sono stati magnificati la sua altezza (1,95), gli occhi azzurri, il ciuffo argentato, la voce soave. Ma quando si è cercato di comprendere meglio quali fossero le sue esperienze concrete (oltre alla brillante carriera militare) ed i suoi convincimenti, sono giunte risposte confuse.

UNA KNESSET SPACCATA IN DUE

Ad un mese dal voto, Netanyahu – che pure vanta indubbi successi in politica estera e nell’economia – e’ impegnato in una battaglia per la sopravvivenza politica. Il nuovo partito centrista ‘Blu-Bianco’ lo precede nei sondaggi, dopo aver fatto il vuoto attorno a se’. Il partito laburista e’ ai minimi storici, assieme col Meretz (sinistra sionista). Nell’area del Likud si presentano due nuove formazioni (‘Nuova destra’ di Naftali Bennett e l’ Unione delle destre’) che nei sondaggi ricevono assieme circa 15 seggi. Il blocco di centro-destra (piu’ compatto, che sostiene Netanyahu) e quello di centro-sinistra (molto eterogeneo, che favorisce Gantz) si fronteggiano quasi alla pari, con circa 60 deputati a testa.

TRE  INTERROGATIVI. 1 –  I DOSSIER DI NETANYAHU

A questi sviluppi si aggiunge la decisione dell’Avvocato generale di Stato Avichay Mandelblit di incriminare Netanyahu per frode e corruzione, anche se questi ha ancora diritto ad una audizione  che tecnicamente potrà avvenire solo dopo il voto. In che misura questo sviluppo influenzerà i risultati ? In questi mesi Netanyahu ha denunciato con insistenza di essere vittima di una sorta di una ‘’campagna di caccia’’ ordita da opinionisti di sinistra, con la partecipazione attiva della polizia e con un atteggiamento compiacente della magistratura, per rimuoverlo dall’incarico con sotterfugi vari, e non mediante un voto popolare come vorrebbe la pratica democratica. Ma prima di lui altri premier come Yitzhak Rabin, Ehud Barak, Ariel Sharon ed Ehud Olmert furono pure sottoposti ad indagini egualmente dolorose e tartassati dalla stampa.

Da quasi 10 anni al potere, l’uomo più potente di Israele (e del Medio Oriente) ama ancora presentarsi come la vittima di poteri oscuri, più forti di lui. Nel Likud la sua leadership comunque non e’ stata scalfita e probabilmente il suo messaggio e’ condiviso dalla base.

Il secondo interrogativo riguarda l’“Accordo del secolo” elaborato da Donald Trump per stabilizzare il Medioriente attraverso un accordo israelo-palestinese sostenuto da Paesi arabi moderati. In teoria, proprio la circostanza delle elezioni avrebbe dovuto indurre l’amministrazione a pubblicarlo, per sottoporlo così al giudizio di almeno una parte degli interessati. Netanyahu ha invece chiesto un rinvio. Fra le 175 pagine del piano c’è forse incluso il prezzo che Trump intende esigere da Israele per il trasferimento a Gerusalemme della ambasciata Usa. In campagna elettorale Netanyahu ha puntato sulla propria amicizia personale con Trump e su un grattacielo di Tel Aviv è apparsa una gigantografia che li mostra sorridenti assieme. Accogliendo una sua richiesta, gli Stati Uniti hanno accettato di rinviare la pubblicazione a dopo le elezioni. Ma una fuga di notizie potrebbe disturbare i suoi piani.

Il terzo interrogativo riguarda l’atmosfera in cui si svolgerà il voto e la possibilità che sia accompagnato da escalation militari al confine di Gaza o al confine Nord del Paese. Secondo l’intelligence militare è cresciuto il rischio di una nuova fiammata di combattimenti con Hamas. Il 30 marzo a Gaza Hamas vuole mobilitare ‘’un milione di persone’’ nel primo anniversario della ‘Marcia del Ritorno’: le violente manifestazioni settimanali lungo il confine in cui finora oltre 200 palestinesi sono rimasti uccisi mentre attaccavano i soldati e cercavano di  abbattere i recinti per sciamare nel Negev. In passato situazioni di tensione militare hanno rafforzato le correnti politiche di Destra. Ma la speranza comune davvero a tutti in Israele e’ che almeno questo fattore non si manifesti affatto.