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Lettere dalla Francia
26 giugno
Square di Ruben Ostlund. Un sintomo molto europeo: essere colpevoli verso l’altro
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Square, film forte e coraggioso, è stato premiato con una Palma d’oro ben meritata al festival di Cannes. E’ originale, concatena situazioni singolari ma in maniera aperta e giusta che tocca ogni volta temi universali. Dicono che, come tutte le opere artistiche riuscite, sia singolarmente universale e valido per tutti.

Ecco la trama del film: Christian si occupa della conservazione delle opere in un museo d’arte contemporanea in Svezia e per lanciare un’esposizione che consiste in un quadrato di 4 metri di larghezza sul terreno dove sarà scritto che lì regneranno la tolleranza e l’altruismo, ricorre a una scatola di combustibile per produrre una reazione e mobilitare i media, realizzando un video dove si vede una povera ragazza bionda entrare in questo quadrato e..esplodere! il ragazzo si è mosso verso di lei col suo consenso, ma è rimasto colpito da uno strano episodio, dove per aiutare quella giovane ragazza straniera che invocava disperatamente i soccorsi affinché lei non morisse, si è ritrovato senza portafoglio né cellulare né gemelli della camicia. Ha ritrovato il telefono attraverso l’applicazione icloud e ha spinto il suo assistente, di origine nordafricana a redigere una lettera di minaccia che ha distribuito a tutte le case nelle vicinanze.

La consegna è avvenuta, ma un figlio di immigrati inizia a protestare, un ragazzo brutto che insiste per delle scuse con una violenza incredibile. Come se non bastasse anche la performance al museo va male: durante una cena di gala, l’artista gioca con una grande scimmia rabbiosa che se la prende con dei convitati, nessuno si muove, perfino quando è in procinto di violentare una donna, solo in quel momento c’ è stato una persona e poi due e poi tutti quanti che sono andati a picchiare l’artista dello spettacolo (il gruppo si trasforma in una serie di morti).

Elemento caratterizzante del film è la violenza ma non c’è una soluzione e nessun intervento della polizia. Per esempio, durante la performance quando egli è stato derubato, egli non pensa di ricorrere alle forze dell’ordine ma con le informazioni delle quali dispone si lascia influenzare dall’assistente che lo dissuade. Dunque, a causa di terze persone, i conflitti interpersonali non si risolvono e vince chi è più sfacciato e colpevolizzante.

Diciamo che molti hanno una solida identità o una posizione che sfrutta questa attitudine alla codardia. Il film scandaglia chirurgicamente con un bisturi il modo di essere europeo nel suo sintomo più grave: la colpevolezza e il discolparsi lasciando fare all’altro, che sia lo straniero, il bambino, l’artista, l’animale,  il mezzo, simbolo dell’altro, così che egli diventa il colpevole che decide: mediante lui passa l’ordinazione di un panino ma senza cipolle, egli esegue e osa agire anche quando lui stesso dice “porta via anche le cipolle”. Con questo i suoi tentativi di auto affermazione non vanno lontano.

In ogni caso non si tratta di rifiutare il comando. E quando il protagonista del film ritrova il suo portafoglio e lo apre davanti a lei le dà due grossi bigliettoni e la lascia prendere il terzo. Il film mostra che questo senso di colpa e questa sottomissione diffusa e davanti all’altro  genera una vigliaccheria individuale e collettiva.

Una delle sue migliori scene: durante la performance al museo, prevista e annunciata fin dall’inizio, sono tutti lì, pronti a vedere la scena dell’abuso dell’animale, la scimmia, sull’uomo. Restano immbili, quasi come in una fotografia e nessuno agisce. C’è anche un altro artista che ha protestato e se n’è andato, ma lui è un tipo originale e può permettersi questa libertà. Questa scena cattura efficacemente la vergogna di questo episodio. Lo stesso Christian quando agisce in maniera un po’ brusca davanti al ragazzo che lo importuna ma poi se ne pente e si sente mortificato tentando di scusarsi a costo di mettere a rischio se  stesso e le sue due figlie in un quartiere molto pericoloso. Il ragazzo ha ragione nelle sue proteste ma il suo discorso sembra privo di un limite, come se non avesse niente da perdere e che gli bastasse piangere e colpevolizzare quelli idioti dei “bianchi” senza bisogno di ricorrere alla legge. E Christian avendo torto, avrebbe potuto scrivere nella sua lettera  chi l’ha derubato di questo oggetto, di averlo ritrovato e se sei tu restituiscimelo etc invece di rivolgersi a tutti indistintamente.

Questa è la colpevolezza degli occidentali che nelle loro supposizioni si nutrono di errori occasionali. Christian ha torto, gli occidentali hanno il torto di intervenire con le loro “ingerenze” e il loro grande torto è quello di essere invidiabili e non come “gli atri”. Questa colpevolezza si articola nel film nel video del film. Anche lì egli sbaglia, dimenticando di guardarlo.

Ma l’episodio è significativo, per promuovere la “Square” punta sugli esclusi e sui poveri e d’un tratto il video diventa auto accusatorio. Una bambina povera viene da noi, nel quadrato ed esplode. Certo questa immagine scandalizza e impaurisce o è nell’immagine il motivo dello sconvolgimento: siamo noi che uccidiamo gli altri. Come se non bastasse questa figlia è “dei nostri” bionda e bianca e abbiamo il rimbombo degli slogan che recitano; siamo tutti migranti, bambini e emarginati. La prova è che uccidiamo un bambino in cerca di protezione. Christian si sente interiormente in inferiorità, anche perché non ha seguito il video, e non si difende in nessun momento anche se le idee non gli mancano e rinuncia totalmente alla libertà di parola.

In piena democrazia è impossibile parlare liberamente di certi argomenti. Giustamente sono quelli che toccano all’altro; Siamo da subito nel torto verso di lui.Un altro dettaglio è che le figlie di Christian sono perplesse. Esse l’hanno visto sottomettersi davanti a un bambino solo perché è un immigrato. Con lei invece egli mantiene la sua autorità. Il film chiede silenziosamente: Cosa trasmettere ai loro figli, questi “bianchi” e già colpevoli? La pellicola si interroga sul rapporto cristiano verso l’altro, perché l’Occidente non sa fino a che punto definirsi cristiano, soprattutto quando è miscredente e consacrato al culto dell’altro che viene prima di me e dei miei: non esiste nulla, perché sono sempre in torto verso di lui. Nei fatti, non è veramente il caso,ma il discorso dominante viene inteso in questo modo.Tutti questi ragionamenti sono forti dal punto di vista estetico e visuale e rendono questo film un capolavoro non dispersivo o confuso ma ben costruito, strutturato e non presenta nulla di stano ed è denso, condensato e persuasivo. Esso mischia l’angoscia e la risata, e sotto il segno dell’umorismo, descrive la malattia di una società e la collega all’individuo attraverso un’opera d’arte. The Square riguarda i rapporti interpersonali e li rivela e li chiarisce. E’ lui l’opera d’arte sopra il quadrato, molto al di sopra.

(Traduzione di Roberto Zadik)