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Riflettendo a proposito di Israele
20 febbraio
Solo i contendenti possono scegliere tra pace e guerra
Beniamin Netanyahu e Donald Trump durante l'incontro alla Casa Bianca il 15 febbraio 2017 (foto AP)

Ricordate gli accordi di Oslo? La firma solenne, sui prati della Casa Bianca, tra Rabin e Peres da una parte, e Arafat dall’altra, sotto lo sguardo fiero e sorridente di Bill Clinton? Era il settembre 1993. Dunque sono passati oltre vent’anni. Tutti i protagonisti di quella stagione di speranza per la pace sono morti o senza più responsabilità di governo. Come sono morte migliaia di altre persone, civili israeliani inermi: negli autobus fatti saltare dai kamikaze, negli attentati in ristoranti, alberghi, per strada, a casa loro; ma anche soldati: in seguito a rapimenti, in operazioni di guerra, investiti, accoltellati. Certo, sono morti anche migliaia di palestinesi. Il conto, come fanno notare puntualmente nel lontano Occidente, è a sfavore degli arabi (a riprova dell'”iniquità e della ferocia” dello Stato ebraico).

 

Forse appariremo politicamente scorretti, ma qui vorremmo farvi notare una semplice verità: se invece dello scontro e della violenza, con le Intifade e tutto quello che si sono portate dietro, se invece dell’incitamento all’odio entrato nei curricula scolastici a partire dall’asilo, diffuso da tv e Internet come linguaggio condiviso (e scontato) nei Territori, se invece di sognare la sconfitta di Israele e la sua scomparsa dalle mappe, se invece di tutto questo i palestinesi avessero applicato quello che era scritto negli accordi, pensando a costruire il loro Stato più che a distruggere quello che la Storia aveva portato accanto a loro, ebbene, non un solo cittadino arabo a ovest del Giordano avrebbe perso la vita se non casualmente, per un incidente o per un atto criminale come accade ovunque nel mondo.
Israele ha le sue responsabilità? Certo! Ha commesso errori? Sicuro! Ma lo ha fatto nel suo sacrosanto diritto/dovere di proteggere i propri cittadini da un’ondata di violenza che non si ricordava in quelle terre dai tempi della rivolta araba d’anteguerra o dagli anni della Guerra d’Indipendenza del 1948-49. Dunque? La svolta annunciata alla Casa Bianca da Trump e Netanyahu, e dipinta ovunque come un “regalo a Israele”, “la vittoria dei falchi e dei coloni”, una “strada spianata verso il Grande Israele”, in realtà, a nostro avviso, è soltanto il riconoscimento della realtà: la soluzione a due Stati non funziona.

Nel lontano Occidente la colpa è di Israele: perché ha continuato a costruire nei Territori “rubando” la terra ai palestinesi. Ma a chi sostiene questa idea chiedo: cosa avrebbe dovuto fare Israele mentre l’altra parte rovesciava odio e sangue invece che tendere (come promesso, peraltro) la mano? Soprattutto, osservando quanto accade non a migliaia di chilometri di distanza ma appena al di là dei propri confini: guerre, massacri di minoranze, profughi in fuga a milioni, cosa avreste fatto voi dovendo difendere un fazzoletto di terra, l’unica che gli ebrei possono chiamare Patria da tremila anni? Certo non è una situazione facile. Ma la scelta – sul lungo termine – non è tra “democrazia o apartheid”, tra “Stato ebraico e Stato unico plurinazionale”, la scelta è tra esistere come nazione indipendente o soccombere l’ennesima volta per mano altrui.
Trump e Netanyahu non hanno detto che vogliono la guerra, non hanno auspicato di “distruggere i palestinesi”. Hanno ribadito che il fine è la pace, una pace che vada bene a israeliani e palestinesi. Uno Stato? Due Stati? “A me va bene tutto, purché vada bene a loro”, ha detto il presidente americano. Ha chiarito, insomma, quello che dovrebbe essere ovvio e accettato da tutti: che solo i contendenti possono scegliere tra pace e guerra. Il lontano Occidente invece continua a vedersi su un piedistallo a imporre una soluzione: sempre quella. La Svezia ha persino nominato un proprio “inviato per la pace” per “promuovere la formula a due Stati”. La Svezia (!), il Paese nordeuropeo così civile da assistere inerte alla fuga dei suoi cittadini ebrei, gli stessi che nel corso della Seconda guerra mondiale aveva accolto in fuga dai nazisti, perché di nuovo in pericolo (a casa loro, e sapete chi ha riportato l’odio antiebraico in Europa).
Una considerazione finale: cosa c’è dietro il feticcio dei “due Stati”? Io temo che sia la formula politicamente corretta che nasconde un’altra idea: la fine di Israele. Ma questo, il lontano Occidente se ne faccia una ragione, non sarà mai.