Blog e opinioniTutti i blog >

Zadikshow
di Roberto Zadik
Musica, cinema, spettacolo
07 settembre
Festival del cinema: i due grandi registi Maoz e Aronofsky tornano a Venezia
Una scena del film "Foxtrot" di Maoz

L’israeliano Samuel Maoz e l’americano Darren Aronofsky, due specialisti dell’introspezione e del genere psicologico, erano già stati al Festival del cinema di Venezia, trionfando il primo col suo bel film di guerra “Lebanon” e il secondo con “The Wrestler” con un superlativo Mickey Rourke nei panni del pugile “suonato” alla riscossa. Ora in questa 74esima edizione i due cineasti di religione ebraica tornano sul Lido coi loro due nuovi lavori.

Maoz e il suo “Foxtrot”

Cominciando da Maoz il regista 55 enne, compiuti lo scorso 23 maggio (Gemelli)  arriva al Festival, che durerà fino al 9 settembre, col suo intenso e drammatico “Foxtrot” che come “Lebanon” riflette su un tema molto sentito in Israele come la guerra, il servizio militare e le sue ferite e i suoi shock che coinvolgono buona parte dei cittadini dello Stato ebraico. Nato a Tel Aviv, valoroso combattente a soli 20 anni nella Guerra del Libano, il regista questa volta tratta del conflitto in maniera ironica e vivace. Come racconta il sito “Times of Israel”si tratta di un film forte e esistenziale “sulla sorte e la gente che non hanno il potere di dirigere le loro vite”. La pellicola inizia tragicamente con una coppia Michael e Dafna, interpretati dai bravi Lior Ashkenazi e Sara Adler, che riceva una tremenda notizia  annunciata improvvisamente da tre militari che bussano alla porta. I soldati, infatti, li informano della morte del figlio colpito al fronte, mentre come tanti giovani israeliani faceva il militare, per servire la patria e proteggerla, come Uri figlio del grande scrittore David Grossman. La coppia è stravolta dal dolore e dal senso di smarrimento e di perdita che esso provoca e che qui viene coraggiosamente descritto da Maoz come mai era stato fatto prima. Una sofferenza incommensurabile che i due dovranno affrontare e elaborare descritto in momenti di grande lirismo che mischiano toni autobiografici da ex militare con indagine psicologica e sociale di alto livello su un  tema tanto attuale in Israele e molto delicato. Contrariamente al suo claustrofobico “Lebanon” interamente girato in un carroarmato, questa pellicola è girata in esterni e si lega a un preciso episodio della vita del regista.

A questo proposito egli ha recentemente raccontato in un’intervista che la sua figlia maggiore una volta l’ha fatto spaventare non poco e per un’ora ha pensato al peggio. “Si svegliava sempre tardi e non arrivava mai a tempo a scuola, così un giorno l’ho  convinta a prendere l’autobus e ad andarci da sola. Dopo che era uscita, alla radio hanno annunciato che un terrorista si era fatto esplodere uccidendo dozzine di persone e ho passato momenti tremendi. Poi mia figlia è tornata a casa e per fortuna non ha preso quel mezzo ma quello successivo”. Una storia di tensione e di inquietudine come tante vissute nello Stato ebraico ai tempi degli attentati sugli autobus che, a quanto pare, ha ispirato la trama del film suddiviso in tre atti “come una tragedia greca” ha specificato il regista.

Infatti ci sono altri due episodi in questa pellicola che è più una serie di cortometraggi che un’opera unica. Nel secondo episodio, sempre sul tema della guerra ci sono quattro soldati di guardia in un desolatio posto di blocco in attesa fra noia e angoscia di un improvviso e devastante atto di violenza. “Si tratta di una metafora della guerra e dei pericoli dei suoi traumi” ha detto Maoz sottolineando le sue posizioni critiche sulla politica israeliana e puntando il dito contro l’ipocrisia del servizio militare israeliano che devasterebbe, secondo lui, gli equilibri psicologici della gente e del Paese. “Potevo creare una storia” ha polemizzato il cineasta “ contro la polizia israeliana e nessuno avrebbe detto niente ma se tocco i soldati di questa nazione tutto si complica”.

“The mother” di Aronofsky

Passando al vulcanico e imprevedibile Aronofsky, nato a New York il 12 febbraio (Acquario) di 48 anni fa, è un regista e sceneggiatore, versatile, profondo e spiazzante che passa da un genere all’altro con grande disinvoltura. Famoso anche nel nostro Paese, ma non troppo, per film di grande intensità come “Jacky” biografia della moglie di John Kennedy e per “The Wrestler” con Mickey Rourke entrambi molto applauditi a Venezia ora torna a far parlare di sé con un giallo-horror chiamato “The mother”. Dopo il drammatico e splendido “Il cigno nero” interpretato dalla sua amica israeliana americanizzata, l’attrice Nathalie Portman, questo cineasta laico ma molto legato alla sua identità, e lo dimostra il bel film “Noah” con Russell Crowe, ora torna a sorprenderci con questa nuova pellicola.

Una coppia come nel caso di Maoz viene stravolta dall’arrivo non di una tragedia, ma da due misteriosi e inquietanti ospiti. Protagonisti della pellicola che alterna momenti di grande suspense e fine introspezione psicologica, una task force di bravi attori. Fra questi la giovane Jennifer Lawrence e  Javier Bardem, marito di Penelope Cruz e famoso sia per film importanti, da “Tacchi a spillo” di Almodovar a “Vicky Cristina Barcelona” di Woody Allen che per petizioni contro il governo israeliano, a Ed Harris, star di  The Truman Show e la fascinosa Michelle Pfeiffer.

Aronofsky da sempre ha mostrato grande interesse per la psicologia umana e per le tematiche filosofiche e interiori e in questa pellicola di cui si sa ancora poco e in uscita il prossimo 28 settembre nei nostri cinema, psicologia, tensione e tematiche legate all’inconscio e girato, a quanto pare, con poco budget, questi elementi si intrecciano alla perfezione regalando emozioni e sorprese fino all’ultimo.