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Zadikshow
di Roberto Zadik
Musica, cinema, spettacolo
19 aprile
Gassman era ebreo? A 17 anni dalla sua morte, ricordo di uno dei più grandi attori italiani
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Nel mondo dello spettacolo, abbondano segreti, gossip e indiscrezioni e occupandomi da sei anni di cultura ebraica contemporanea, molte sono le sorprese ma anche altrettante possono essere le “bufale” sull’ebraicità di artisti, cantanti, attori. Molto si speculava su nonni ebrei dell’appena scomparso George Michael, di Elvis Presley, nulla si sapeva di Cecil De Mille regista dei Dieci Comandamenti o della cantante Amy Winehouse e del produttore dei Sex Pistols Malcolm Mc Laren che invece erano ebrei sul serio, e sull’identità diversi ebrei famosi, sono sempre stati molto ambivalenti, fra sentimento di appartenenza e desiderio di nascondersi.

Diversamente dagli Stati Uniti dove gli ebrei hanno molta importanza nel cinema o nella musica e dalla Francia o dal Regno Unito che vantano diversi ebrei famosi, in Italia ce ne sono pochi e alcuni molto nascosti. Fra di essi, il regista Roberto Faenza che, intervistato da Alain Elkann, raccontò di essere ateo e di essere stato battezzato per salvarsi dai nazisti, autore dello splendido “Jona che visse nella balena”, il regista Gillo Pontecorvo, gli attori Arnoldo Foà, Franca Valeri, di padre ebreo il cui vero cognome era Norsa e Gianrico Tedeschi.

Molto interessante è il caso del grande attore, mattatore e istrione Vittorio Gassman sulla cui identità, due dei quattro figli avuti dall’attore con quattro mogli diverse, fra cui anche l’attrice ebrea americana Shelley Winters, Alessandro e Paola, hanno espresso testimonianze contrastanti, dopo la sua scomparsa avvenuta il 29 giugno 2000.

Ma Gassman era ebreo o no? Secondo Alessandro, il suo riservato e talentuoso padre era completamente ebreo sia di padre che di madre “anche se” come ha specificato “non era credente e non amava rivelarlo”. Questa informazione è stata diffusa e confermata da lui nel 2011 sul settimanale “Oggi”, su “Vanity Fair” in occasione dell’uscita del suo primo film da regista “Razzabastarda” dove si definì “un sangue misto” e nella raccolta di interviste del giornalista Aldo Cazzullo “70 italiani che re” uscita da Mondadori a fine marzo.  Questo dato però è stato smentito da Paola, sua sorella, che su diversi quotidiani ha specificato che suo nonno era tedesco cattolico mentre sua nonna, la toscana Luisa Ambron, era di madre ebrea ma “fortunatamente non venne deportata”.

Nonostante sembrasse disinvolto e esuberante, e in parte lo era, l’attore Vittorio Gassman era un personaggio riservato, molto ironico e un po’ timido, che nascondeva come diversi comici malinconie e insicurezze dietro irresistibili interpretazioni attoriali.

Prima attore teatrale e poi cinematografico di grande pregio, nacque a Genova il primo settembre 1922 -vergine ascendente Sagittario -, da padre tedesco e madre ebrea toscana che si cambiò il cognome con l’avvento del fascismo. Morto a 77 anni nel sonno, Gassman è stato un personaggio tormentato, brillante, molto schietto e vitale, sportivo e bravo tennista e giocatore di basket in giovane età,  e seduttore di varie donne. Sulla religione fu sempre dubbioso e pensoso, passando dall’ateismo a vari ripensamenti e soffrendo di depressioni e crisi esistenziali e non parlò mai di possibili legami con l’ebraismo. Ma una delle sue mogli, Shelley Winters era ebrea, fra i suoi film c’è “L’ebreo errante” dove egli interpretò la parte di Mathieu Blumenthal nel 1949 in fuga dai tedeschi ma ben poco si sa del suo vero rapporto con la religione e le sue radici.

Sicuramente è stato eccezionale interprete, ha lavorato con grandi registi come Monicelli, che lo volle nei due splendidi “La marcia su Roma” e “L’armata Brancaleone”, con Dino Risi nel suo celebre “Il sorpasso” e in vari film fra cui “Profumo di donna” rifatto in versione hollywoodiana con Al Pacino come protagonista, “La terrazza” di Ettore Scola. Dimenticato dalle nuove generazioni, assieme a Sordi e a Tognazzi, è stato grande comico e intrattenitore ma Gassman aveva una profondità e uno spessore particolari nella superficialità  di molte commedie all’italiana di ieri e di oggi e forse un mistero che lo tormentava, derivante da un’ebraicità sommersa e mai appalesata pubblicamente.