Scuola: una nuova energia
Si scambiano la palla con garbo e in perfetta sintonia. La sensazione di empatia è tangibile. Sono colleghi da anni ma questo non basterebbe a giustificare uno spirito di squadra che funziona e il gioco degli assist nella conduzione della nuova partita scolastica. Stiamo parlando di Esterina Dana, neo-preside della Scuola Ebraica della Comunità, Scuola Secondaria di Primo e Secondo Grado, e di Mino Chamla, nuovo vice-preside. Entrambi consapevoli dell’urgenza di attuare una specie di rivoluzione copernicana per rafforzare la scuola e invertire un trend in discesa. Altrettanto consapevoli che il segreto di una buona scuola stia tutto negli insegnanti, perché “insegnare è sedurre, e un maestro che non sa trasmettere passione o curiosità è meglio che lasci perdere”, come direbbe la psico-pedagogista Silvia Vegetti Finzi (vedi box). Convinti entrambi della verità delle parole di un grande pensatore ebreo, George Steiner, ovvero che “una lezione di cattiva qualità è letteralmente un assassinio e, metaforicamente, un peccato”.
Ma quali in concreto novità e proposte della nuova dirigenza? Come cambierà la gestione degli insegnanti e la politica culturale della scuola? “Per lunghi anni abbiamo avuto un corpo docente stabile. E’ stato l’anno 2006-2007 che ha scardinato l’assetto dello staff dei professori e la nostra scuola ne ha persi tantissimi. Da allora è mancata una politica di fidelizzazione del docente, cosa che invece va assolutamente recuperata. Se la presidenza di Marisa Castegnaro si caratterizzava per essere una specie di governo tecnico, se quella di Ester Kopciovski puntava sull’aggiornamento tecnologico e su un progetto organizzativo forte, la novità oggi è, nel nostro team Dana-Chamla, il fatto di lavorare a quattro mani. Oggi noi vogliamo concentrarci su un progetto culturale che restituisca autorevolezza e Umanesimo alla scuola. Senza sminuirne l’importanza, va detto chiaramente che la tecnologia non è un totem. Noi oggi vogliamo tornare ai contenuti. E solo in seguito immetterli dentro la tecnologia, che è un mezzo, ricordiamocelo, non un fine”, dicono Dana e Chamla che tengono ad alzare il tiro della riflessione e a spiegare che “il nostro tempo favorisce, ahimè, l’assimilazione dell’insegnante a un computer, ad un tecnico di un sapere disincarnato. Nel tempo in cui la Rete sembra annullare la funzione dell’insegnante offrendo un sapere a portata di mano e illimitato, non dobbiamo dimenticare che annulla nel contempo la relazione didattica maestro-allievo, vera chiave dell’apprendimento. Solo un cognitivismo esasperato può illudersi di separare i processi di apprendimento dall’“eros” che abita in ogni relazione formativa”. E proseguono: “Quello che adesso ci sta a cuore per la nostra scuola è un rafforzamento, una ridefinizione culturale a 360 gradi, sia in ambito ebraico che secolare. Nel concreto, a medio periodo, pensiamo a una sorta di Liceo Classico Ebraico che approfondisca l’aspetto filologico, linguistico, filosofico, esattamente come si fa col greco e con il latino. Studi comparati che integrino il pensiero ebraico con la filosofia occidentale e con altri saperi. Pensiamo ancora a un rafforzamento delle lingue (la riforma Gelmini le ha fortemente penalizzate), e a standard di formazione più competitivi. Come si dice nel gergo sportivo, dobbiamo ripristinare il fondo atletico per poter gareggiare e attingere uno standard alto. E contrastare uno status quo deprivato, colmare i vuoti per poter edificare il nuovo. In una contemporaneità che scambia spesso la tecnologia per un fine, abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo, abbiamo bisogno di ricreare accoglienza, ascolto, calore, empatia, voglia di venire a scuola e starci bene; dobbiamo essere inclusivi e non esclusivi, senza cedere tuttavia sul rigore o sulla coerenza”.
Sia Dana che Chamla sottolineano l’importanza di cambiare soprattutto lo stile di comunicazione con i colleghi, coi ragazzi, con le famiglie. “Lo sappiamo, una specie di Neo-Umanesimo sta tornando molto di moda come reazione all’eccesso tecnicistico dell’ultimo ventennio, come risposta a una scuola che si vuole sbilanciata sul cotè scientifico. Ecco perché crediamo importante far capire quanto la tecnologia sia solo uno straordinario vettore, e che malgrado il sapere sterminato contenuto su Internet, la Rete non sarà mai in grado di sostituire un bravo insegnante. Non dobbiamo adattarci a un opaco presente, a una multimedialità svuotata di contenuti. La scuola italiana ha lavorato, negli ultimi anni, a tal punto sulla metodologia da essersi scordata il suo core business, ha privilegiato il come al posto del che cosa, perdendo di vista la grammatica, la storia, la geografia, l’ortografia…”, spiega Chamla.
Obiettivo primario? “Aumentare il numero degli studenti. La nostra è la Scuola di tutti gli ebrei; qui può riconoscersi chi ha una religiosità più solida ma anche chi vive un ebraismo meno strutturato. E’ una scuola di ebrei per ebrei e rispecchia un aspetto importante dell’ebraismo: l’essere uno e assoluto e nello stesso tempo dialettico e “polimorfo”. Accogliere tutti gli ebrei che desiderano coltivare la loro tradizione e la loro religione integrandola con la ricca e meravigliosa cultura italiana ed europea. Diversificare la proposta culturale, rimanendo fedeli a se stessi, può contribuire a richiamare utenti indecisi. Ma c’è un altro aspetto. Lo sconfortante rapporto Agnelli sulla Scuola secondaria di primo grado in Italia la pone in grave ribasso a causa degli incauti interventi delle ultime riforme, che l’hanno depauperata dal punto di vista culturale e motivazionale. Questa situazione per la Scuola ebraica è una sfida che va colta al volo”, dice Esterina Dana. E incalza Chamla: “I nostri progetti? Innanzitutto stimolare la creatività e l’individualità degli allievi. Magari con concorsi fotografici e musicali o con tenzoni matematiche come l’Euromath, cosa quest’ultima che già facciamo. Miriamo a fare della scuola ebraica un punto di riflessione alta sulla Shoah e sul suo significato per le nuove generazioni. Inoltre realizzeremo una collaborazione col Teatro Franco Parenti per spettacoli in lingua francese, realizzati da nostri studenti, confrontandoci con altre scuole. C’è ancora il progetto SchoolNet, coordinato da Dany Maknouz: partito dal Belgio, insieme all’azienda informatica Acer che offrirà dei tablets, il progetto multimediale coinvolge discipline come la storia ebraica, l’ebraismo, la matematica e l’inglese. Ovviamente i viaggi didattici dei licei (Israele e la Polonia) resteranno un must della scuola; e poi dobbiamo aprirci alle altre scuole come è accaduto di recente ad esempio, quando abbiamo ospitato per la prima volta un corso di formazione per insegnanti di matematica esterni. Infine, per le ultime classi, stiamo pensando a incontri propedeutici alla maturità, post-scuola e interdisciplinari, per allenare i ragazzi all’agilità di pensiero, insegnando loro a gettare ponti tra i vari saperi e acquisire fluidità nel passaggio tra una disciplina e l’altra. Insomma, basta col marketing fine a se stesso e con una concezione di scuola-azienda che sembra mostrare la corda sempre di più. Educare vuol dire “tirar fuori”: ciò che hai dentro, le tue potenzialità, tirarti fuori dalla staticità, dalle idee ricevute, le famose idees reçus di Rousseau. In definitiva, è la scuola a fare di te qualcosa che un giorno, forse, somiglierà a un uomo libero”.
La parola all’esperto: Vegetti Finzi, l’arte di insegnare
“Il segreto? Curiosità, spirito libero, attitudine comunicativa”
Puntare sull’intelligenza emotiva, integrare processi affettivi e cognitivi. Solo così si cresce e si impara. Parla la psico-pedagogista, ex docente universitaria in pensione, Silvia Vegetti Finzi.
Esiste l’arte di insegnare? Su che cosa deve puntare un docente per “far passare il messaggio”, ovvero la passione per il sapere?
“Insegnare vuol dire sedurre. Nel senso etimologico del termine, ovvero “condurre a sé”. In questi anni significa sottrarre l’attenzione dei ragazzi a sms, internet, video giochi, per concentrarli sulla parola orale, sul dialogo diretto, sulla scrittura”.
Qual è il miglior modo per trasmettere la conoscenza?
“Quello di conoscere l’evoluzione dell’intelligenza emotiva, intesa come interazione di processi affettivi e cognitivi, di emozioni e ragioni. E’ la capacità di utilizzare gli schemi proposti dalla psicologia per comprendere ogni singolo ragazzo nella sua particolarità, nella sua singolarità. Il buon docente sa scoprire le potenzialità di ognuno e utilizzarle per valorizzare l’allievo, per dargli fiducia nelle sue capacità. Basta una componente positiva per illuminare tutta la mente”.
Giordano Bruno diceva: il sapere non è un dono ma faticosa conquista. E’ d’accordo?
“La conoscenza è un processo in se stesso gratificante ma richiede anche il diligente, lento, faticoso apprendimento di nozioni strumentali. L’idea di una allegra scampagnata illude l’allievo e collude con l’onnipotenza delle fantasie inconsce.
I metodi per trasmettere il sapere sono molteplici: la maieutica socratica, la competizione gesuitica, il dialogo secondo Jean Jacques Rousseau, l’autonomia montessoriana …, ma tutti riconoscono l’importanza centrale della figura del docente”.
Passione, emozione…: che cosa fa di un maestro un buon o un cattivo maestro?
“L’apprendimento non si basa, come molti credono, sulla quantità di nozioni immagazzinate ma sulla attivazione di potenzialità intellettuali, di dispositivi cognitivi. Ciò che conta è la capacità di apprendere che richiede curiosità, apertura al mondo, superamento dell’egocentrismo infantile. Il buon maestro incarna queste disposizioni: non è un burocrate sottomesso alla esecuzione dei programmi scolastici ma un “ricercatore”, un esploratore, un conquistatore del sapere”.
La tecnologia in aiuto alla didattica: parla Dany Maknouz
di Ilaria Myr
Fra i punti di forza della nostra scuola vi è senza dubbio la dotazione tecnologica, che vede l’utilizzo di strumenti digitali nella didattica. Dany Maknouz, professoressa di matematica alle superiori e responsabile dell’implementazione tecnologica, spiega al Bollettino le motivazioni di questa strategia, e quali sono i progetti futuri.
Perché è importante oggi avere degli strumenti digitali per l’insegnamento?
Gli strumenti tecnologici oggi a disposizione, con il web in prima linea, aprono al mondo scolastico enormi opportunità di approfondimento. Si pensi solo all’evoluzione del testo scolastico che, sotto direttiva del Ministero dell’Istruzione, sta andando sempre di più verso l’e-book. E poi quella digitale è una delle otto competenze chiave di cittadinanza, definite dall’Unione Europea. Per questi motivi, è importante che venga trasmessa agli alunni la capacità di utilizzare questi strumenti. Dal punto di vista didattico, i docenti possono impiegare queste nuove risorse intervenendo con la metodologia che hanno sempre utilizzato sui libri di testo. Questi sono però strumenti che si prestano a un utilizzo collaborativo, sia da parte degli studenti sia da parte degli insegnanti, e che aprono dunque terreni di collaborazione.
Perché anche alla scuola ebraica?
Perché il popolo ebraico, pur essendo il popolo del Libro, è anche quello che per primo ha colto la sfida della modernità già nei tempi antichi: fu Rabbi Yehudà ha-Nassì a scegliere la forma del testo scritto per redigere la Mishnà, in un’epoca in cui il libro era considerato un rischio. Oggi il web è un mezzo molto sfruttato dal mondo ebraico, che si apre così al confronto interno e verso l’esterno.
Qual è oggi la nostra dotazione tecnologica?
Il punto di forza della scuola è il nuovo laboratorio, dotato di un Pc per studente, inserito nel banco, in cui possono essere inserite le tavolette grafiche (offerte gentilmente da un donatore che ringraziamo) con cui fare esercitazioni. Il docente può così monitorare i vari schermi, correggendo anche il lavoro individuale, e avere un riscontro chiaro del livello della classe. Per l’elevato livello tecnologico di questa aula laboratorio, una delle prime sperimentazioni italiane alle superiori), abbiamo ricevuto dal progetto SchoolNet quattro tablet. Abbiamo anche cinque lavagne interattive (LIM), a cui dovrebbero aggiungersi nel prossimo futuro altre sei per le superiori, andando a coprire quasi tutte le classi di sezione.
Quali sono i prossimi passi?
A febbraio dovrebbe partire un corso di formazione per insegnanti, con l’obiettivo di approfondire le loro conoscenze e aprire un confronto più ampio sull’argomento. Un primo incontro, a cui parteciperanno conferenzieri di alto livello, sarà probabilmente aperto anche a docenti di altre scuole milanesi, per favorire la collaborazione fra istituti. Vi saranno poi tre corsi specifici disciplinari (ambito linguistico, matematico-scientifico e umanistico), con una conclusione comune. Vorremmo poi riprendere il progetto del patentino avanzato europeo per Pc, che viene svolto da tutti gli studenti della classe durante l’orario scolastico. Anche su questo fronte siamo all’avanguardia, una delle poche scuole in Italia a fare il corso avanzato, e non solo base, per tutti. Un valore aggiunto che ci dà grande soddisfazione.
La parola ai genitori
Perché iscrivere i propri figli alla Scuola ebraica
Margherita e Renato Somekh
Abbiamo tre figlie che frequentano la scuola ebraica sin dalle materne. Abbiamo fatto questa scelta per tanti motivi. Crediamo che l’educazione ebraica famigliare debba trovare un naturale riscontro in una coerente scelta scolastica. La nostra scuola, oltre a fornire i corretti strumenti di approfondimento delle materie ebraiche, permette a tutta la famiglia di condividere un analogo modo di vivere e d’intendere la quotidianità. In ogni ordine di studio, già a partire dalle materne per poi proseguire con le elementari, i ragazzi condividono le tefillot mattutine, le recite, le canzoni, il seder didattico. E ovviamente non mancano le occasioni di riflessione e di festa anche negli altri ordini scolastici. Abbiamo scelto questa scuola perché spinti dalla convinzione che il futuro della nostra Comunità sia indissolubilmente legato alla sua esistenza. L’importanza della scuola è rilevante non solo per il suo specifico ruolo, ma soprattutto perché è un centro di aggregazione e reale punto di riferimento per tante famiglie. Tuttavia, oltre che sugli ideali, la nostra scelta si basa soprattutto sulla constatazione che la scuola ebraica sia “una buona scuola”, capace di preparare le nostre figlie ad affrontare in sicurezza il loro futuro.
Nelly e Roberto Guetta
Degli anni a Scuola conservo un ricordo molto positivo e intenso non solo per la preparazione scolastica, ma anche per l’opportunità di confrontarmi con realtà lontane per provenienza ma vicine per identità. Ho frequentato la scuola ebraica dalle elementari fino a tutto il liceo, potendo poi affrontare l’Università con una preparazione di alto livello. La scelta della scuola ebraica per i miei figli è una conseguenza naturale del percorso che mio marito ed io abbiamo condiviso e che ci auguriamo possa essere anche per i nostri figli una buona opportunità, determinata anche dal processo armonico tra la preparazione scolastica e quella ebraica. Oggi, come mamma, mantengo il mio giudizio favorevole, in particolare per la formazione identitaria all’asilo e per il livello didattico alle elementari.
Katy e Andrea Bardavid
La ragione principale è la volontà di creare nei nostri bambini una forte e radicata identità ebraica intesa come riconoscibilità interiore della propria ebraicità, ovvero l’insieme di tradizione, cultura, religione, appartenenza, continuità. Inoltre alla scuola ebraica più che altrove riteniamo che si consolidino le amicizie vere che durano tutta la vita, anche basate sul senso di appartenenza. In ultimo, ma non meno importante, la qualità dell’insegnamento. Finora l’abbiamo riconosciuta e percepita e ci auguriamo continui così per l’intero ciclo scolastico.
Cristiana e Daniel Buaron
La scuola per noi è stata un’ottima “opportunità”, in quanto valido aiuto a creare una forte identità ebraica nei nostri figli, per diverse ragioni difficilmente trasmissibile da noi in famiglia. Inoltre, a differenza di altre scuole, è un ambiente molto protetto e controllato, il rapporto con i docenti è più diretto, non manca mai la parola o il consiglio riservato alle madri in attesa fuori da scuola. In poche parole, abbiamo trovato una “grande famiglia”, che ci ha seguito e ci sta seguendo con grande affetto e attenzione. Oggi abbiamo due figli all’interno della scuola, ci sono certamente moltissime problematiche da risolvere, ma sicuramente rifaremmo la stessa scelta!

