Ritrovati reperti di una famiglia ebraica di duemila anni fa

Di: 

Roberto Zadik

16/03/2017

 

vita-ebraica-qumranFin dai tempi della Torah, la famiglia  e l’educazione per la tradizione ebraica sono da sempre valori di fondamentale importanza e questo si vede anche nei tanti libri che da Singer, a Roth, da Nathalia Ginzburg, a Giorgio Bassani fino a Eliette Abecassis, nella narrativa ebraica italiana e internazionale hanno da sempre riflettuto su atmosfere, quotidianità e problematiche tipiche di qualsiasi nucleo famigliare. Ebbene recentemente come sostiene il sito francese JForum sono stati ritrovati dei reperti archeologici nella grotta di Qumran, ai piedi del Mar Morto, appartenenti a una famiglia ebraica, particolarmente antica e risalente a più di duemila anni fa.

Questa incredibile scoperta è avvenuta grazie al contributo di un professore  universitario australiano Philipp Esler esperto di Bibbia all’Università di Gloucestershire. Nei suoi studi egli ha esaminato scrupolosamente  quattro papiri ritrovati nella caverna ricostruendo una storia davvero molto singolare. Protagonista della vicenda è un certo Shimon Ben Menahem che ai tempi avrebbe  acquistato un boschetto di palme da dattero sulla sponda meridionale. Il terreno sarebbe stato acquistato da Ben Menachem da una donna del luogo poco tempo dopo un altro tentativo di compravendita dello stesso bosco da parte di un alto funzionario governativo della zona. Poi la terra è stata ceduta  da Ben Menachem alla figlia Babatha che ha custodito questi quattro papiri e li ha nascosti nella grotta di Qumran assieme a altri 30 documenti quando era in fuga assieme ad altri ebrei durante le persecuzioni romane per sfuggire alla morte, o alla vendita come schiave durante la rivolta ebraica ebraica del 135 Ante Era Volgare. Come ha sottolineato il professor Esler “raccontare la storia di Shimon e di Babatha significa compiere un viaggio nel tempo studiando il modo di vivere dei villaggi della Giudea e della Nabatea alla fine del primo secolo” e questo è l’argomento del suo libro “Il boschetto di Babetha”. “A quel tempo” ha aggiunto lo studioso “le donne detenevano importanti cariche sociali e economiche e detenevano pieni diritti e gli ebrei e i Nabateni andavano molto d’accordo fra di loro. I romani hanno sicuramente catturato Babatha ma i suoi atti giuridici sono sopravvissuti finora. Raccontando questa storia intendo onorare la memoria di due persone straordinarie: Babatha e suo padre Shimon”.

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