Ricordando Primo Levi, che cercò la sua strada nel buio

Di: 

Anna Bravo

10/04/2017

Speciale Primo Levi – Anniversari: 1987 – 2017

A trent’anni dalla morte, che cosa resta dell’eredità letteraria, morale, politica e testimoniale  di un uomo che oggi tutti riconoscono tra i più grandi scrittori italiani del XX secolo. Lucido, sorprendente, contemporaneo: storici, filosofi, letterati ne rileggono la figura e l’opera.

Primo Levi

Primo Levi

La sua incredibile contemporaneità. La capacità di parlare a tutte le generazioni. Il suo vigore morale e la lucidità storica. E poi la traduzione dell’opera omnia in inglese, la rilettura critica della vicenda esistenziale e delle opere, da un punto di vista linguistico, letterario, filosofico. Ecco solo alcune delle ragioni che ci hanno spinto a dedicare a Primo Levi lo Speciale che avete sotto gli occhi. Troverete qui i contributi di alcuni tra i massimi studiosi di Levi. Disse un giorno la scrittrice Marguerite Yourcenar che bisogna saper guardare nel buio con insolenza. Primo Levi lo ha fatto. Amava il buio e il notturno, seppe guardare la luce e l’incanto del giorno, ma il suo sguardo non riuscì a sostenerli fino alla fine.

Primo Levi e la storia

di Anna Bravo

Come testimone e come pensatore, Primo Levi ha offerto molto alla storiografia: concetti, indicazioni di metodo, critica a stereotipi e pigrizie mentali. Penso al suo ruolo decisivo nel portare in primo piano la deportazione per motivi razzisti, in un dopoguerra in cui la figura del deportato politico era così dominante che in Francia una disposizione di legge prevedeva la restituzione alle famiglie dei corpi delle vittime. Penso alla descrizione degli aguzzini come «freddi dementi morali, cannibali in mezze maniche», tutt’altra cosa dalle «belve romantiche» della vulgata otto-novecentesca. Penso naturalmente al concetto di zona grigia, con cui Levi imposta in termini radicalmente nuovi una delle questioni più complesse della storia concentrazionaria: la partecipazione di una parte dei prigionieri alla gestione dei campi, in cambio di forme di privilegio per lo più minime, ma in qualche caso notevolissime e accompagnate da quote di potere sugli altri prigionieri. Zona grigia è sia la realtà abitata da questi “privilegiati”, sia il concetto scelto per analizzarne il ruolo. Fino a I sommersi e salvati, il “collaborante” era stato spesso identificato con il traditore, e perciò espulso dall’universo delle vittime. Dove Levi invece lo ricolloca, mostrando come il tema del contagio del Male non si possa affrontare negando cittadinanza ai sospetti di contagio.
Lavorando sulla zona grigia, Levi fa giustizia di alcune confortevoli illusioni. Per esempio, l’idea che in “un sistema infero, qual era il nazionalsocialismo”, le vittime siano in grado di resistere, elevarsi, “santificarsi”, mentre al contrario vengono avvilite e degradate – il che però non legittima affatto il loro spostamento nel campo degli aguzzini. Per esempio la malsana ideologia secondo cui sarebbe lecito proiettare sul lager la dialettica servo/padrone, in forma di scambio dei ruoli fra vittima e carnefice. E ancora, la convinzione (di Hannah Arendt fra gli altri) che nella vita sia data sempre una possibilità di scelta – vero, ma in lager «nella enorme maggioranza dei casi (…) lo spazio per le scelte (…) era ridotto a nulla».
Robuste costruzioni storiografiche (sulla Shoah, sul mondo contemporaneo) e stereotipi diffusi ne escono incrinati. O ne uscirebbero. Come hanno notato per primi Marco Belpoliti e Alberto Cavaglion, gran parte degli storici e dell’opinione corrente ha svuotato il concetto di zona grigia dei contenuti che chiamano in causa il nostro rapporto con il potere e con il privilegio, riducendolo a attrezzo psico-antropo-sociologico utile per etichettare sbrigativamente qualsiasi realtà ambigua o mal definita. Non sempre gli insegnamenti di Levi vengono raccolti, specie in tema di morale. Perché sono ardui da seguire, perché siamo abituati alle enunciazioni generali, mentre Levi, che parte dalla propria esperienza, fonda la scelta morale non su sempre eludibili precetti universali, ma sulla relazione con gli altri.
Come nel caso della più coraggiosa, severa e commovente riflessione, quella sul “nosisimo”. È l’agosto del 1944 ad Auschwitz, Levi sta sgomberando calcinacci da un edificio bombardato – caldo torrido, turbini di polvere grigia, sete feroce. Trova un rubinetto da cui sgorgano rare gocce d’acqua. Può berla subito, tenerne un po’ per l’indomani, dividerla con Alberto, l’amico più caro, o rivelare la scoperta a tutta la squadra. Decide per la terza alternativa. Ma tornando al campo, si trova accanto un altro amico, Daniele, gli occhi lucidi, le labbra spaccate dall’arsura. Daniele che li ha visti bere, e che a liberazione avvenuta, gli chiederà: «perché voi due sì e io no?». La colpa sono quelle labbra spaccate.
Mi sentii, scrive Levi, colpevole di “nosismo”, la generosità riservata a uno solo, l’“egoismo esteso a chi ti è più vicino”. L’egoismo del prima noi, un “noi” che il fatto di essere minimo e inerme non mette al riparo dal conflitto con il bisogno altrui – in lager due persone sono già una “piccola patria”.
Agli storici, specie ai lungamente ideologizzati studiosi italiani e francesi, il “nosismo” insegna qualcosa di basilare: che è giusto, possibile e doveroso non fare deroghe a favore di se stessi, di sodali e amici, di affini per cultura, politica, religione – a favore delle metaforiche piccole patrie di ciascuno. Ovvio, ma non indolore.
Senza azzardare analogie, si può aggiungere che il “nosismo” ci aiuta anche a capire le “piccole patrie” di oggi, e infatti il termine compare spesso nei siti antirazzisti per stigmatizzare le chiusure nei confronti dei migranti. Ma Levi, che delle piccole patrie ha sperimentato in lager sia la capacità di autodifesa sia l’aspro dominio del collettivo sul singolo, segnala un rischio duplice. Se da un lato c’è il crudele “ci siamo prima noi”, come dicono oggi tanti europei, d’altro lato c’è, in una parte dei migranti, la tendenza a costituirsi in piccole patrie coese, chiuse – e capaci di stroncare la libertà degli individui. Peccato che su questo, nei siti antirazzisti, spesso si sorvoli. Levi, così fedele alle amicizie e così refrattario al richiamo dei sodalizi cultural-politici, continua a ricordarcelo.

* Anna Bravo, docente di Storia sociale all’Università di Torino, è autrice, tra l’altro, di Intervista a Primo Levi, ex deportato (con Federico Cereja, Einaudi, 2011), La conta dei salvati (Laterza, 2013) e Raccontare per la storia (Einaudi, 2014).

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