Kesher. Segreti e poteri della voce fra Cabala, Torah e vita quotidiana

Di: 

Roberto Zadik

06/04/2017
Miriam

Miriam Jaskierowicz Arman

Solitamente si pensa alla voce come a uno strumento per parlare, comunicare o cantare ma essa ha potenziali segreti e interiori collegati alla Cabala, alla Torah e all’ebraismo che oltrepassano la ragione e ascoltando la propria voce interiore si possono raggiungere alti livelli spirituali. Sul legame fra la voce e l’anima e su tanti altri temi, si è soffermata la studiosa di Cabalà e insegnante di canto, Miriam Jaskierowicz Arman che lo scorso 4 aprile ha tenuto una intensa lezione, presso la Residenza Arzaga, organizzata da Kesher, da Rav Della Rocca e da Paola Boccia,  e intitolata “Ascoltare e connettersi alla voce interna, dalla voce al canto , dalla parola,all’uscita dell’Egitto”.

Introdotta da Manuela Spizzichino, la moglie del Rav,  come un “personaggio eclettico, nata in Germania da sopravvissuti della Shoah e vissuta in vari Paesi del mondo, dall’Italia, a Israele dove attualmente vive”, la studiosa ha brevemente descritto la sua carriera di cantante, presentatrice radio e scrittrice per addentrarsi in argomenti cabalistici, religiosi e spunti di grande suggestione fra narrazione autobiografica e Torah. Ricordando la propria dolorosa infanzia «quando vedevo i miei genitori piangere dopo il dramma della Shoah nella Germania del dopoguerra, mentre passavano il tempo a cercare parenti scomparsi, sentivo dentro di me la voce dei sei milioni di ebrei uccisi».

«La voce è un grande dono naturale ed esiste una voce interiore,  un istinto buono, Yezer Tov e uno cattivo Yetzer Ha Ra. Tutti sappiamo la diferenza fra il Bene e il Male, ma spesso ci facciamo trascinare dalla negatività oppure sentiamo senza saper ascoltare quelo che sentiamo dentro», ha esordito la cabalista. Addentrandosi in questa tematica, la studiosa, ha ricordato quanto purtroppo «viviamo ingabbiati in questo mondo materiale , in questo Egitto dal quale è molto difficile uscire e entrare in connessione con il mondo superiore, con la sfera del Le Maala e del Divino. Dobbiamo sapere chi siamo superare il dilemma fra materialismo e spiritualità, essere consapevoli della nostra diversità e portarla avanti senza paura”».

Nel suo discorso, la Jaskierowicz ha raccontato una serie di aneddoti e testimonianze interessanti, partendo dalla pubblicazione del suo nuovo libro La voce: Un approccio spirituale per cantare, parlare e comunicare. La Kabalah della voce scritto assieme a Yohanan Man e a Riccardo Foresi  (Tavaras Edizioni, 398 pp, 27 euro).  «Sono appena tornata da un raduno Ir’ua a Firenze e ho visto molti giovani che volevano essere come gli altri e ho sentito un grande senso di vuoto e ho capito che qui in Italia noi ebrei non sappiamo più chi siamo e molti vogliono essere come tutti gli altri, ma siamo speciali. Non esistono differenze tra conservatori, ortodossi o reformer, fra askenaziti o sefarditi o italiani, abbiamo un solo Dio e una unica Torah valida per tutti. Dobbiamo puntare di più sull’educazione e sull’insegnamento e capire che in ogni Paese in cui viviamo siamo sempre degli ospiti fino a quando gli altri non decidano di eliminarci come accadde in passato».

Parole forti per una donna che è tornata all’ebraismo, quando in  America «avevo dimenticato quello che ero e pensavo solo a fare la cantante per fare contenti i  miei genitori ma poi ho riflettuto capendo l’importanza fondamentale della Torah per la nostra vita». La studiosa ha raccontato delle sue esperienze, nel Sud Italia, in Puglia, Calabria e Sicilia, dopo che un grande rabbino in Israele le disse che doveva “risvegliare le scintille in qualunque punto del mondo”. «Ricordo il grande stupore e l’emozione, quando ho cominciato a parlare della legge di Dio, portando un Sefer Torah in vari luoghi, le domande incuriosite di molti non ebrei, di alunni e docenti che volevano sapere sempre di più. Ho deciso di portare avanti la mia missione di diffondere l’ebraismo più che posso, osservando tutte le regole della Torah, mangiando sempre kasher e spiegando agli altri l’importanza di essere quello che si è. Se ascoltiamo la voce interiore e non abbiamo timore, anche gli altri ci rispettano e ci apprezzano».

Colpita dal dramma della morte di una figlia di 24 anni, la donna non si è persa d’animo e ha continuato a viaggiare, a scrivere, a diffondere «il legame strettissimo che intercorre fra noi e Hashem e la sua grande Bontà. Ogni ebreo in ogni momento può fare teshuvà e Lui lo perdona sempre. Come ha fatto anche sul Sinai». Fra le sue tante esperienze, la donna ha raccontato di quando ha cominciato a studiare lo Zohar, testo fondamentale della Cabala scritto dal grande Maestro Shimon Bar Yochai,  iniziando a insegnare Cabala alla gente e superando vari ostacoli e diffidenze di diversi rabbini, in quanto unica donna a cimentarsi in questo insegnamento di solito prettamente maschile. «Sono stata in vari posti, molto bella anche la mia esperienza in Ungheria e in Ucraina a Babiyar dove sono andata in sinagoga. È stato molto forte emotivamente, ero a Yom Kippur e la sinagoga era distrutta e continuavo a piangere. Ho sentito le voci degli ebrei che gridavano dentro di me e da lì ho capito l’importanza dell’ascolto della nostra voce interna, ho cominciato a fare teshuva fra il 1999 e il 2000 e da allora tutto è cambiato – ha detto emozionata la studiosa. -. Non mi fermo mai, ho pubblicato dieci libri, 135 libri e 3 cd, tutti col messaggio principale della voce».

Dopo aver scoperto di essere discendente della tribù dei Leviti, la donna ha cominciato a dedicarsi all’insegnamento del canto, senza cantare, «perché nella tradizione ebraica le donne non possono cantare davanti agli uomini, cercando di studiare e di vivere secondo tutto quello che Hashem mi ha insegnato», ha concluso.

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