Conoscere l'altro per una convivenza civile e contro il radicalismo

Di: 

Ilaria Myr

31/03/2017
Simurgh pluralismo religioso

Sa sinistra: Hamid Di Stefano (Coresi), Monsignor Luca Bressan, Cesare Milani (Istituto buddista Tibetano), Davide Romano (Comunità ebraica di Milano), Francesca Valenzi (Provveditorato Milano)

Prevenire nelle carceri l’intolleranza e il radicalismo religioso attraverso lo sviluppo della conoscenza delle altre identità: questo l’obiettivo primario del progetto di formazione alla diversità religiosa dal titolo eloquente ‘Conoscere e gestire il pluralismo religioso negli istituti di pena lombardi. Insieme per curarci le ferite’, presentato giovedì 30 marzo nella Sala Polivalente “Francesco Di Cataldo” nel carcere di Milano San Vittore. Moderatrice Francesca Valenzi, Direttore dell’Ufficio Detenuti del provveditorato di Milano.

L’iniziativa, sostenuta dalla Fondazione Cariplo, vede il coinvolgimento di molte realtà diverse: a promuoverla sono infatti il Provveditorato  regionale dell’amministrazione penitenziaria, l’Università degli Studi di Milano (Dipartimento di scienze giuridiche ‘Cesare Beccaria), la Comunità Ebraica di Milano, l’Arcidiocesi di Milano, il Coreis (Comunità Religiosa Islamica Italiana), la Biblioteca e Pinacoteca Ambrosiana, la Caritas Ambrosiana e l’Istituto Studi di Buddismo Tibetano di Milano Ghe Pel Ling.

Una prima fase del progetto si è svolta nel 2016, con il coinvolgimento di 50 operatori carcerari di tre diversi istituti di pena lombardi. Da quest’anno, per i prossimi tre anni, oltre al personale penitenziario (agenti di polizia, funzionari giuridico-pedagogici, personale docente, funzionari di servizio sociale) verranno coinvolti anche i detenuti di nove istituti lombardi in diverse località: nel 2017 il carcere di San Vittore di Milano, quello di Pavia e quello di Brescia, nel 2018 quello di Bollate, Como e Vigevano, e nel 2019 Opera, Monza e Bergamo.

Il punto di partenza del progetto è la crescita del pluralismo religioso nelle carceri, che negli ultimi anni ha raggiunto livelli impensabili anche solo dieci anni fa. “Qui a San Vittore il 67% dei detenuti è straniero, per un totale di circa 90 etnie diverse – ha raccontato Gloria Manzelli, direttore del carcere milanese -. Il pluralismo religioso e culturale è un valore, perché conoscere le diversità e coabitare con espressioni differenti è uno strumento di convivenza pacifica”.

Attenzione però a non confondere il pluralismo religioso con il radicalismo: la professione della propria fede è una cosa diversa. Come ha spiegato Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano: “L’ordinamento penitenziario parla di libertà di professare il proprio credo nel carcere, perché la religione è l’espressione dell’individuo, e come tale va tutelata e rispettata”.

“La crescita della diversità religiosa e culturale ci ha insegnato che dobbiamo vivere diversamente valorizzando le diversità e promuovendo la conoscenza dell’altro – ha spiegato Silvio Ferrari, Professore ordinario di Diritto canonico presso l’Università di Milano e ‘anima scientifica’ del progetto -. Il pluralismo è oggi un dato di fatto che impone di cercare delle regole di convivenza in cui il confronto si coniughi con il mantenimento dell’identità di ognuno. Il nostro progetto non nasce per curare, ma per prevenire l’insorgere di intolleranze con l’insegnamento dei valori della convivenza e della conoscenza reciproca. Per farlo abbiamo costruito una sinergia fra soggetti con competenze diverse: carceri, università, Fondazioni bancarie, rappresentanti religiosi”.

Diverse le attività previste dal progetto:
a) Incontri con il personale penitenziario e con i detenuti, articolati in tre moduli tematici: antropologico (responsabile: Prof. Paolo Branca, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) in cui, dopo una introduzione di carattere antropologico sulle reciproche interazioni tra cultura e religione, si analizzeranno in particolare ebraismo, cristianesimo e islam per affrontare infine il tema della radicalizzazione e del reclutamento jihadista negli istituti di pena; sociologico-giuridico (responsabili: Prof. Silvio Ferrari e Prof.ssa Daniela Milani, Università degli Studi di Milano) volto a illustrare il cambiamento demografico e sociologico in atto negli istituti di pena, nonché le sue ricadute sull’esercizio del diritto di libertà religiosa con particolare attenzione ad alcuni profili pratici come quelli legati al consumo di cibo conforme alle prescrizioni religiose e alla preghiera; etico-formativo (responsabili: Hamid Roberto Distefano, Comunità Religiosa Islamica Italiana; Pier Francesco Fumagalli, Dottore ordinario e Vice Prefetto della Veneranda Biblioteca Ambrosiana; David Sciunnach, Comunità Ebraica di Milano) sul rapporto fra etica e religione, nonché su problematiche molto sentite nel contesto penitenziario quali la famiglia, la malattia, il disagio, la nascita e la morte.
b) Elaborazione di manuali e guide operative volti a fornire strumenti utili alla conoscenza e alla comprensione della diversità religiosa e culturale negli istituti di pena come nel caso delle prescrizioni da osservare in materia alimentare (cosa è lecito mangiare, come cucinare e conservare gli alimenti) o delle regole da rispettare circa i tempi e i modi della preghiera (quando, come, con chi)
c) Svolgimento di laboratori riservati ai detenuti di scrittura, pittura, cinema, teatro o fotografia sui temi del corso per favorire, attraverso il supporto di educatori e mediatori culturali, processi di riflessione e rielaborazione da parte dei detenuti dei contenuti affrontati negli incontri e delle esperienze vissute, attivando tutte le sinergie possibili con le attività laboratoriali già presenti negli istituti interessati
d) Organizzazione di incontri pubblici finalizzati non solo a divulgare contenuti e obiettivi del progetto ma anche a sensibilizzare la società civile in merito a quanto accade all’interno degli istituti di pena.

Il commissario Marco Casella e il moderatore culturale Yussef al sayed

Il commissario Marco Casella e il moderatore culturale Yussef al sayed

Le testimonianze
Molto interessanti anche gli interventi dei rappresentanti religiosi. “Questo progetto è un impegno comune che aiuta la città di Milano a costruire un percorso di convivenza e cittadinanza”, ha spiegato Monsignor Luca Bressan, vicario episcopale della Chiesa di Milano. “Lo scopo del progetto è far capire l’universalità della persona umana – ha aggiunto Hamid Di Stefano, responsabile giuridico del Coreis –in un percorso di conoscenza di se stessi e degli altri”.
Di Stefano ha anche presentato il logo e il nome dell’iniziativa, che richiamano l’antica favola persiana dell’uccello Simurgh, creatura straordinaria che tutti gli altri uccelli cercano di raggiungere affrontando mille difficoltà: ma è proprio il percorso impervio a migliorarli.

“Nei primi incontri fra noi non c’era molta armonia – ha confessato il monaco buddista tibetano Cesare Milani -, ma quando ci siamo trovati sul campo a lavorare parlavamo la stessa lingua, eravamo fratelli. Questa è un’avventura in cui cresceremo insieme e daremo anche a chi lavora nel carcere gli strumenti per sentirsi valorizzati e utili nei rapporti con i detenuti”.

“In un’era di guerre di religione, dimostriamo che si può lavorare insieme – ha aggiunto Davide Romano, assessore alla cultura della Comunità ebraica di Milano (intervenuto in sostituzione di David Sciunnach, coinvolto dall’anno scorso nell’iniziativa) -. Il pluralismo religioso è un atto di convenienza: a tutti conviene che si faccia crescere la tolleranza in carcere in modo che quando i detenuti usciranno, avranno una visione più aperta e tollerante”.

Molto toccante poi la testimonianza di due operatori carcerari, che hanno preso parte all’iniziativa l’anno scorso. “Per noi questa è un’ottima occasione per apprendere i precetti di vita quotidiana di altre religioni, che ci permettono di creare un rapporto di empatia con i detenuti”, ha dichiarato Marco Casella, comandante della polizia penitenziaria di Monza. Il mediatore culturale Yusef al Sayed, operativo in comunità per minori, ha poi raccontato una recente iniziativa sviluppata con l’ambasciata egiziana. “Dall’Egitto vengono dei volontari a incontrare i ragazzi arabi per parlare con loro di attualità e aiutarli a non essere trascinati da idee sbagliate”.

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