Primo Levi e i tedeschi, una relazione sofferta

Di: 

Martina Mengoni

09/04/2017 Pisa

La traduzione in tedesco di “Se questo è un uomo”

 

Auschwitz

Come parlare della relazione tra Primo Levi e i tedeschi? Una scelta questa, non priva di complicazioni. «I tedeschi» non esistono, poteva essere una prima obiezione. Non con l’articolo determinativo, non al plurale. Esiste il tedesco, che è una lingua, e un tedesco, un cittadino della Germania. Accostati al nome di Primo Levi, poi, «i tedeschi» poteva sembrare un monolite inaccettabile: esistono semmai «quei tedeschi», quelli che concorsero alla creazione e al perpetuarsi del nazionalsocialismo, del sistema concentrazionario, dello sterminio degli ebrei; quelli che appoggiarono, o non denunciarono, o non vollero vedere. «I tedeschi» sono però senz’altro i coprotagonisti di Se questo è un uomo, dove l’espressione, con l’articolo determinativo, compare più di trenta volte. In effetti, almeno fino al 1945, «i tedeschi» rappresentano un soggetto storico definito. Ma dopo? Che cosa rappresentavano i tedeschi per il chimico Primo Levi, che negli anni Cinquanta si recava periodicamente in Germania per lavoro e considerava conclusa la sua carriera di scrittore? Per venire a capo di questi interrogativi, mi è parso esistesse una sola via da percorrere, quella della cronologia. Si può dire «i tedeschi» soltanto se si ha la pazienza di collocare di volta in volta questo soggetto nel suo punto di appartenenza rispetto alla storia politica europea, a quella italiana, alla storia personale di Levi e alla sua vicenda di scrittore.
Senza dubbio, una data cruciale è il 1959: anno in cui l’editore Fischer acquista i diritti di Se questo è un uomo e affida la traduzione a Heinz Riedt, con cui Levi avvierà un intenso scambio epistolare e una sincera amicizia. Lo sappiamo: Levi lo ha raccontato nell’ultimo capitolo de I sommersi e i salvati, «Lettere di tedeschi», da cui apprendiamo inoltre che dal 1961, anno in cui Ist das ein Mensch? uscì nella Germania Ovest, Levi iniziò a ricevere molte lettere dai suoi lettori tedeschi. Dal 1961, dunque, i tedeschi diventano «i lettori».
In effetti, rileggendo cronologicamente tutta l’opera di Levi, appare evidente che gli anni Sessanta costituiscono il punto d’ingresso per esplorare il rapporto con i tedeschi. La sfida era provare a farlo senza lasciarsi condizionare da quanto Levi avrebbe scritto dopo: tornando alle corrispondenze come effettivamente si svolsero, e ricostruendole, per poi vagliare lo scarto tra i fatti reali e il racconto che Levi ne fece più tardi.
Dal 1967, Levi corrispose con Hety Schmitt-Maass, sua coetanea di Wiesbaden, bibliotecaria, giornalista, poi ministro della cultura dell’Hessen. Su richiesta di Levi, Schmitt-Maass lo mise in contatto con il suo capo-laboratorio alla fabbrica di Buna di Auschwitz, il dottor Ferdinand Meyer. Lo studio dei carteggi permette oggi di ricostruire questa vicenda per come avvenne, nella sua oscillazione tra entusiasmo, ritegno, slancio, riserbo, turbamento; solo così è possibile metterla in relazione con il racconto Vanadio del Sistema periodico, in cui Levi ne compie una magistrale trasfigurazione letteraria. È più «tedesco» il Ferdinand Meyer anagrafico oppure il suo alter-ego letterario Lothar Müller di Vanadio? La domanda è provocatoria ma non è aporetica; possiede più risposte e su più livelli, e sono state le mie ricerche sul tema Primo Levi e i tedeschi a impormi di formularla. I documenti emersi di recente dagli archivi non esauriscono lo studio di uno scrittore – sono ancora e prima di tutto i testi a parlarci. Eppure, tutto ciò che si ricava dallo studio dei carteggi – incontri, scambi, progetti editoriali, tensioni e amicizie – spiega, arricchisce, rende complessa la presenza letteraria dei tedeschi nell’opera di Levi; li rende plurali, il contrario di un tetragono blocco sintattico. Il biografo che voglia ricostruire la vita di Primo Levi forse non potrà più avvalersi di Vanadio come prova documentaria; il comparatista che voglia studiare le versioni poetiche leviane dei testi di Heine dovrà probabilmente tener conto dello svolgersi delle relazioni con i tedeschi, per spiegare le scelte «più musicali che filologiche» (sono parole sue) di Levi traduttore; il critico che voglia ricostruire la genesi dei Sommersi e i salvati dovrà forse cominciare dalla fine. Dovrà ricominciare da quelle lettere di lettori tedeschi, pervenute a Primo Levi al principio degli anni Sessanta, nelle quali già si discuteva di vergogna, e si prendevano contatti con Jean Améry, e si esplorava la comunicazione nel recinto del Lager.

* Martina Mengoni è ricercatrice in Letteratura moderna presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e relatrice-autrice dell’Ottava Lezione Primo Levi (Einaudi).

Guarda gli altri articoli di Inchieste

I commenti sono chiusi.