Israele: negoziati a un passo dal collasso. Obama rallenta Kerry

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Gli sforzi di John Kerry “potrebbero avere raggiunto il limite”. Questa la dichiarazione del presidente Usa Barack Obama, riportata dal Washington Post, dopo che i negoziati – da mesi condotti dal Segretario di stato non senza difficoltà – hanno raggiunto una fase di stallo. Addirittura, alla Casa Bianca circolerebbe la voce che Kerry dovrebbe dire “basta” ai negoziati di pace, “abbassare il volume”  sulle trattative e “vedere come si sviluppano le cose”.

All’origine della crisi dei negoziati, vi è la richiesta fatta dai palestinesi, in maniera unilaterale, di adesione alle agenzie Onu, a cui sono seguite alcune nuove condizioni poste per acconsentire a continuare il negoziato. Come riporta Israele.net, “si va dalla scarcerazione di circa 1.200 detenuti palestinesi, ad un impegno scritto da parte di Israele ad accettare uno stato palestinese lungo le linee pre-’67 e con la parte est di Gerusalemme come sua capitale”.

Gli israeliani hanno rifiutato le condizioni e criticato aspramente la mossa unilaterale verso l’Onu, annullando la scarcerazione del quarto gruppo di detenuti palestinesi, e spiegando che la decisione presa dall’Autorità Palestinese di inoltrare unilateralmente all’Onu la domanda di adesione a 15 enti e convenzioni internazionali (senza essere arrivati a un accordo con Israele) costituisce un’aperta violazione dell’impegno che i palestinesi si erano assunti, in cambio delle scarcerazioni da parte di Israele, di negoziare senza procedere con ricattatorie mosse unilaterali.

Dal canto suo, Kerry ha chiamato i due leader, Abu Mazen e Bibi Nethanyahu, con l’obiettivo di non fare collassare i colloqui di pace. “Puoi facilitare, puoi spingere, ma sono le parti a dover prendere delle decisioni e fare dei compromessi – ha dichiarato giovedì -. I leader devono fare i leader e devono essere in grado di cogliere le opportunità”.

“I negoziati di pace – continua Israele.net – sembrano dunque essere giunti sull’orlo del collasso, tra accuse reciproche. Fonti palestinesi hanno detto all’agenzia Ma’an che un incontro di nove ore, mercoledì notte, tra l’inviato Usa Martin Indyk, Saeb Erekat, il capo dell’intelligence palestinese Majid Faraj e i negoziatori israeliani Yitzhak Molcho e Tzipi Livni si è risolto in un “violento scontro politico” senza dare risultati.

Le nuove condizioni illustrate da Erekat devono essere state presentate nel corso della maratona negoziale notturna e presumibilmente respinte dai negoziatori israeliani. Per contro, Israele ha chiesto che la parte palestinese ritirasse formalmente le domanda di adesione unilaterale alle agenzie Onu, ma la risposta Erekat, stando all’agenzia Ma’an, è stata che Abu Mazen non ritirerebbe quelle domande neanche se da questo dipendesse la sua vita.

Le richieste dei palestinesi

Questa la lista che è stata presentata alla dirigenza dell’Olp a Ramallah dal capo negoziatore palestinese Saeb Erekat e da Mohammed Al-Aalul, membro del comitato centrale di Fatah (riportata giovedì dall’agenzia palestinese Ma’an):

1. Impegno scritto da parte del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che i confini del futuro stato palestinese saranno lungo la ex linea armistiziale ’48-’67 (“linea verde”) e che la sua capitale sarà Gerusalemme est.

2. Scarcerazione di 1.200 detenuti palestinesi, compresi i capi Marwan Barghouti, Ahmed Saadat e Fuad Shubkhi (condannati in Israele per terrorismo).

3. Fine del “blocco” sulla striscia di Gaza con apertura dei valichi di confine e formulazione di modalità per l’afflusso di beni a Gaza.

4. Cessazione di tutte le attività edilizie a Gerusalemme est.

5. Divieto alle Forze di Difesa israeliane di entrare nelle Aree A di Cisgiordania (sotto giurisdizione autonoma dell’Autorità Palestinese in seguito agli Accordi di Oslo) per condurre azioni di anti-terrorismo.

6. Passaggio sotto controllo dell’Autorità Palestinese di Aree C (attualmente sotto controllo israeliano in base agli Accordiad interim di Oslo).

7. Permesso di rientro in Cisgiordania per i palestinesi noti come “gli espulsi della Chiesa della Natività”, un gruppo di terroristi che il 2 aprile 2002 si barricarono con le loro armi dentro la Basilica della Natività a Beltlemme e furono successivamente espulsi verso la striscia di Gaza e alcuni paesi europei.

8. Concessione della cittadinanza israeliana a 15.000 palestinesi nel quadro di un programma di riunificazioni familiari e riapertura a Gerusalemme est di un certo numero di agenzie palestinesi come la Orient House (chiuse dalla autorità israeliane perché violavano gli Accordi di Oslo).