Viaggio in Polonia con l'Hashomer Hatzair: un inno alla libertà

10/05/2017

hh PoloniaPubblichiamo una lettera di Elena Foà, madrichà dell‘Hashomer Hatzair dopo il viaggio in Polonia.

Dopo l’esperienza del viaggio in Polonia, realizzato con i miei scout, vorrei discutere con voi di questa meravigliosa libertà che caratterizza la nostra vita.

Forse una parola così nota acquista ancora più senso quando noi parliamo del suo contrario. Questo ci porta a vedere il risultato della realizzazione della negazione quotidiana dei diritti dell’altro. Cosa intendo dire? Una persona è libera quando l’altro può godere di tutti i suoi diritti.

Quando c’è qualcuno che non gode dei propri diritti noi non possiamo sentirci liberi. Banalmente i tedeschi ariani,che a differenza degli ebrei, erano cittadini a pieno titolo, erano comunque sottomessi al nazismo.

Il mio primo giorno in Polonia ho visitato il campo di lavoro/concentramento di Plaszow.

Lì, davanti ai miei occhi, vedevo solo una distesa di erba, un parco dove famiglie serene trascorrono il loro tempo.

Dove prima c’era una fossa comune ,nella quale venivano bruciati dei corpi, ora ci sono dei bambini che imparano ad andare in bicicletta.

Queste piccole azioni sono circondate da monumenti che ricordano quei corpi ammassati ,svuotati della loro identità.

Ma anche analizzando quel modo istituzionale di fare memoria c’è qualcosa che ci lascia attoniti; ognuno ha cercato di sottolineare soltanto la propria parte di sofferenza.

Erano infatti presenti più monumenti, riferiti alle differenti tipologie di deportati, quasi a tramandare la maledizione dei triangoli che i nazisti avevano imposto sulle loro vesti , dimenticandosi del valore “UOMO”.

C’è bisogno di fare memoria per mantenere la libertà, ma come?

Per cominciare bisogna ricordare tutti i campi,  anche quelli che non hanno avuto vittime italiane ma che hanno rappresentato la condanna del genere umano, effettuata dal nazismo.

Penso alla distesa di Treblinka, una piccola frazione rispetto alla vastità di Auschwitz, ma nella quale hanno perso vita ben 800’000 ebrei e con loro 2’000 Rom.

Qui, dove non venivano effettuate selezioni per il lavoro forzato, come nel più noto Auschwitz Birkenau, la vita diventava cenere dopo pochi passi.

Passi che risuonano nella mente dei visitatori di Majdanek davanti alle montagne di scarpe, un tempo appartenute ai deportati e oggi donate allo sguardo di chi ha bisogno di vedere per credere.

Chi è il visitatore di oggi? Una persona che ha bisogno di rabbrividire davanti ai capelli recisi delle vittime, mostrati in una teca ad Auschwitz?  Oppure è una persona che vuole riflettere su come tutto ciò sia stato

possibile?

Banalmente questa domanda è più scomoda, perché ci porta a riflettere sulla quotidianità e quindi sull’attualità, che ancora oggi vede morire dei bambini nei giochi politici della guerra dei grandi.

I campi ci mostrano, in modo macroscopico, fino a dove possano condurre l’egoismo e la volonta di sopraffazione. Trovo assurdo il fatto che l’essere umano, di sua natura, debba pravalicare qualcuno, e questo succede tutti i giorni ed in ogni luogo, banalmente (qui), a scuola.

Si, il viaggio nella memoria mi fa riflettere sul sui giorni nostri. Forse è per questo spaventa.

A volte tutto il mondo di informazioni che ci circondano , sembra ricomporsi attraverso delle chiavi di lettura. Così, anche se può sembrare strano, all’ombra della Shoà si può pensare al messaggio di un cartone animato; Il re leone.

Questo ha accompagnato la mia infanzia con le sue parole

:” il ciclo della vita, si nasce per donare vita ad altri”…  Un po’ mi consola perché quello che una volta è stato ucciso ha lasciato posto per donare un’ altra vita.

Questa oggi a Majdanek come a treblinka, a Birkenau come a Varsavia, risuona nel canto degli uccellini, nel canto dei grilli, nel gracidare delle rane e nei formicai che brulicano di frenetico lavorio.

Questo viaggio mi ha regalato euforia, voglia di pensare al nostro futuro e alla ricerca di una felicità condivisa.

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