Lo sguardo (deformante) di Hannah Arendt sul popolo ebraico e sull’ebreo come paria nella società occidentale

Di: 

Ugo Volli

05/04/2017

libro Arendt-Ugo VolliÈ stato Max Weber, nel suo famoso libro del 1905 sull’Etica protestante e lo spirito del capitalismo e poi in diversi altri scritti, a teorizzare la condizione ebraica come “popolo paria”, cioè ospite isolato ed emarginato fra le popolazioni dell’esilio, paradossale casta inferiore in una società senza caste, sopravvissuto proprio in virtù di questa posizione di isolamento assunto ben prima di essere forzato dalle discriminazioni.

Hannah Arendt, a partire dagli anni Trenta, riprese in diversi scritti questo termine, modificandone il senso: paria era per lei la collocazione naturale del singolo ebreo, almeno di quello che valorizzava la sua estraneità e non si tradiva diventando “parvenu”. Essere paria vuol dire per lei star fuori dalla gerarchia sociale, prendersene in un certo senso gioco, assumere una posizione strutturalmente sovversiva.
Molto opportunamente Giuntina ha appena pubblicato come libro la prima traduzione italiana di un lungo articolo scritto dalla Arendt nel 1944, all’inizio del suo soggiorno americano, su L’ebreo come paria – Una tradizione nascosta, in cui quest’idea positiva della condizione di paria viene esemplificata in diverse figure: Franz Kafka, o meglio il personaggio di Il castello, che non appartiene né alla corte del Castello né alla popolazione contadina; Charlie Chaplin o piuttosto il suo Charlot estraneo all’ordine borghese per naturale incapacità, Heinrich Heine, il poeta ironico che vuol essere tedesco ma resta ebreo e ironico anche dopo la conversione, e Bernard Lazare, socialista anomalo che considerava Herzl un parvenu.

La tesi degli ebrei intellettualmente sovversivi e stranieri per vocazione può apparire suggestiva ed è stata ripresa spesso, per esempio di recente da Enzo Traverso. Ma rispecchia uno sguardo estraneo e poco comprensivo delle dinamiche profonde della storia ebraica. Se non si ha paura di offendere un idolo intellettuale, si può dire con il recente libro di Emmanuel Faye (Arendt et Heidegger. Extermination nazie et destruction de la pensée, Albin Michel, Paris) che la tesi arendtiana della vocazione ebraica alla condizione di paria come sola posizione autentica mette in evidenza la sua dipendenza da fonti teoriche e storiche antisemite (Heidegger innazitutto, ma anche Carl Schmitt e gli storici dell’antichità filonazisti).
In realtà la figura che Arendt tratteggia riguarda soprattutto quella breve fase storica fra l’emancipazione ottocentesca e la Shoah e la fondazione di Israele, in cui in Europa gli ebrei si pensavano come singoli individui “di fede mosaica”, assimilati ma discriminati, che avevano l’alternativa di cercare un’integrazione completa cancellando la propria identità (e diventare “parvenu”) o cercare di scuotere la società e la cultura che li escludeva. Ma prima e dopo questa fase, gli ebrei sono sempre stati popolo, magari “paria” nel senso di Weber ma non certo di Arendt. Prima sono vissuti per millenni in comunità secondo i propri valori cercando di conservarli e non di giocare al “lievito” sovversivo delle culture ospiti. E dopo, a partire dall’affermazione del sionismo, hanno capito che la strada della vita collettiva e la fine della discriminazione e spesso delle persecuzioni subite nell’esilio passava per la rifondazione del proprio Stato – dunque di nuovo per una affermazione di popolo e non di individui. Arendt non ha capito questo dato fondamentale perché è stata, a partire dagli anni Quaranta, antisionista e contraria allo Stato di Israele; e sempre incapace, per sua stessa confessione, a identificarsi col popolo ebraico, ad amarlo. Questo libro conferma in lei uno sguardo sul destino ebraico certamente acuto, ma deformante e sostanzialmente estraneo all’identità ebraica.

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