Convegno sul Medio Oriente ai tempi di Trump

Di: 

Ilaria Ester Ramazzotti

10/06/2017

I relatori del Convegmno sul medioriente di CipmoA 50 anni dalla Guerra dei sei giorni: il Medio Oriente ai tempi di Trump. Questo è il titolo del convegno promosso da Cipmo, Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente svoltosi il 7 giugno alla Sala Conferenze di Palazzo Reale, in Piazza del Duomo a Milano. All’incontro, introdotto Bruno Marasà, direttore dell’Ufficio di Informazione a Milano del Parlamento Europeo, hanno preso parte Janiki Cingoli, presidente di Cipmo, Piero Fassino, presidente di Cespi, Centro Studi di Politica Internazionale, Sergio Romano, editorialista del Corriere della Sera, e Ugo Tramballi, editorialista de Il Sole 24 Ore.

L’evento è inserito nel ciclo di incontri Cattedra del Mediterraneo 2017, proposto da Cipmo in collaborazione con l’Ufficio di Informazione a Milano del Parlamento Europeo e con i patrocini dell’Assessorato alla Cultura e dell’Assessorato all’Istruzione del Comune di Milano.

Dopo un cinquantennio dalla Guerra dei sei giorni, tutti i tentativi di risolvere il conflitto israelo-palestinese si sono come arenati, spiega Cipmo. “La comunità internazionale è apparsa sempre più orientata a una gestione manageriale del conflitto piuttosto che a una soluzione”. Parallelamente, il conflitto fra Israele e Autorità palestinese“ pare oramai sempre più marginale nel contesto mediorientale, dove sono accese altre gravi crisi, dalla Siria, all’Iraq, allo Yemen, alla Libia; divampa inoltre il conflitto tra area sunnita, a guida saudita, e quella sciita, a guida iraniana”. Non ultimo, al convegno si sono sottolineate la notizia dell’attacco al parlamento iraniano a Teheran e al mausoleo di Khomeini del 7 giugno e la recente crisi col Qatar, accusato di finanziare il terrorismo.

La politica di Trump in Medioriente

Allargando l’obiettivo sullo scenario internazionale, il presidente di Cipmo Janiki Cingoli ha affermato che, “se da un lato la presenza russa si fa sempre più incisiva e determinante, dall’altro Donald Trump con la sua missione in Medio Oriente ha puntato a rilanciare le alleanze degli Stati Uniti nell’area e a costruire un asse tra Stati arabi e Israele per contenere l’espansionismo iraniano. Proprio per realizzare questo obbiettivo dichiara di voler trovare una soluzione definitiva al conflitto israelo-palestinese”.

Si tratta di propaganda o il tentativo ha fondamenti reali e presenta possibilità di riuscita? E tutto ciò alimentare nuove tensioni nella regione? Difficile dirlo, secondo Cingoli. “Forse si arriverà entro l’estate a un vertice tra il presidente palestinese Mahmoud Abbas e il premier israeliano Benjamin Netanyahu” e “Israele deve riprendere il processo di pace e concentrare gli insediamenti nei grandi blocchi”. A proposito della soluzione di “due popoli e due Stati”, la diplomazia di Trump “sta puntando a spostamenti territoriali a favore dei palestinesi” con passi intermedi. Con Trump c’è un rilancio sulla scena mediorientale del conflitto israelo-palestinese, e nell’ipotesi di rilancio è previsto che “Israele venga riconosciuto come Stato”. “Netanyahu non ha alternativa a Trump – ha detto Cingoli -. Da parte palestinese, anche Abbas ha scelto di entrare in dialogo con Trump”.

A 50 anni dalla Guerra dei Sei giorni

Ma dopo 50 anni dalla Guerra dei sei giorni, è intervenuto a proposito Sergio Romano, qual è il bilancio? “È una guerra studiata dalle accademie militari del mondo, un orgoglio israeliano”, ma “vanno fatte valutazioni; è stato saggio fare insediamenti e un tale groviglio di posto di blocco”? Con la politica di Netanyahu, inoltre, il processo di formazione di due Stati è più difficile e bloccato: sarebbe stato meglio fare scelte più razionali? E perché gli Usa continuano a finanziare”? Con disagio Obama cercava di proporre soluzioni, ma per molti Paesi è difficile proporre alternative o controproposte rispetto a quelle di Israele, dice Romano.

“Il conflitto ci accompagna dal Dopoguerra a oggi – ha detto Piero Fassino -. C’è una soluzione? Nessun conflitto dura per sempre”. Vediamone allora la motivazione: di fronte a conflitto “ci si chiede chi ha torto o ragione. Ma in Medio Oriente ci sono due ragioni: quella di Israele di esistere riconosciuto dai vicini vivendo in sicurezza, e quella palestinese di avere uno Stato”. “Tra il ‘48 e il ‘91 si è affermata una lettura unilaterale da entrambe le parti”, ha sottolineato. Con gli accordi di Oslo è stato invece raggiunto il punto più altro del tentativo di conseguire pace, una finestra su opportunità di pace che tuttavia “si è interrotta con l’assassinio Rabin. A questo sono seguite le elezioni in Israele, quando Netanyau si è presentato dicendo che l’accordo di Oslo non c’era più”. Da allora, “si allargano gli insediamenti anche a Gerusalemme est e il processo di pace regredisce. Così si consuma uno dei cardini del complesso accordo di Oslo che prevede un percorso a tappe che ha come approdo finale” i due Stati. Che cosa serve in un simile processo? “Serve che ogni tappa del processo graduale ci sia fiducia reciproca”. La mancanza di fiducia è così per Fassino il centro del fallimento.

Il conflitto è poi complicato dalla complessa situazione di tutta la regione mediorientale. Da parte di Trump, c’è qualche segnale di volontà di pace, con proposte a loro volta fondate sulla gradualità, sottolinea Fassino. Ma “gli strumenti di gradualità si sono trasformati in strumenti di logoramento piuttosto che di progressione”. “C’è anche grande fragilità sia da parte israeliana che palestinese. E la comunità internazionale deve continuare a lavorare affinché si torni al processo pace”.

Che dire della campagna elettorale di Trump a favore dei coloni e dell’ambasciata americana a Gerusalemme quando, dopo le elezioni, Trump è andato da Riad a fare  accordi per decine di miliardi di armi e petrolio? Ugo Tramballi sostiene così che “Trump ha dimostrato di non essere il nuovo messia”. Ma Trump si rende conto della complessità della situazione? Spingerà per un incontro fra israeliani e palestinesi? “In un mondo ideale sì – sottolinea -, ma non sarà così”. Inoltre “dalla comunità internazionale l’ingrandimento delle colonie viene tollerato. Un problema nascerebbe solo con una nuova colonia”. E la questione non riguarda la ripresa del processo di pace, ornai fermo, ma “l’incapacità della classe dirigente palestinese, il cui potere sta nell’essere occupati”, aggiunge. “I palestinesi tendono al logoramento progressivo mentre Israele tende alla radicalizzazione – sottolinea -. Non so se Netanyahu vuole davvero fare due Stati. Populista ante litteram, vincerebbe con la crescita dei partiti religiosi e di destra”.

“Il conflitto non cambia e non passa mai, ma è immobile perché la gente si aspetta che una persona sia o filo-palestinese o filo-israeliano”, senza mediazioni e quale premessa da dare in modo certo. “Ma questo non è calcio, è una tragedia fra due popoli, e così facendo si è compartecipi del fallimento del processo di pace – conclude Romano -. Dobbiamo cercare di capire i motivi del conflitto, senza essere necessariamente così schierati. Magari si potrà fare fra qualche decina di anni, se oggi mettiamo le basi della discussione”.

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